La sfida di Habitat III ai governi: il privato non sa fare città

joan-clos-un-habitatA Quito (Ecuador) si è svolta la conferenza Un – Habitat che dal 1976, ogni 20 anni, approva e detta la New Urban Agenda sui punti cardini che ogni città del mondo dovrebbe seguire per crescere nel pieno rispetto della dignità dei suoi cittadini e dell’ambiente.

La New Urban Agenda (Nuova Agenda Urbana) di Habitat III è un documento articolato in 175 punti concordati, dopo anni di dibattiti, confronti ed esperienze dagli Stati membri delle Nazioni Unite.

Le misure dell’Agenda non sono vincolanti, infatti, gli obiettivi stabiliti nell’edizione del 1996, Habitat II, non sono stati raggiunti. L’applicazione delle tante buone decisioni prese nel corso della conferenza Habitat III, quindi, resta un problema.

L’ONU, su richiesta di molti Paesi, si ripropone di pubblicare a breve un documento che conterrà la tabella di marcia per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda. Ma come ha tenuto a spiegare Joan Clos (ritratto nella foto a sinistra), l’attuale segretario generale dell’Agenzia Un Habitat, l’ONU fornisce agli Stati membri le linee guida, dopo di che soltanto i governi nazionali possono fare sì che le misure siano applicate. Perché l’urbanizzazione è un processo sociale e, come tale, può essere guidato e regolato soltanto dallo Stato di riferimento.

Delle tante decisioni e ottime intenzioni prese per un buono sviluppo dell’urbanizzazione a misura d’uomo e d’ambiente, riportiamo di seguito quelle che riteniamo rappresentino le sfide più difficili ma prioritarie: l’inquinamento e i cambiamenti climatici, le baraccopoli e gli insediamenti informali.

Città più compatte, ma la vera sfida è l’inquinamento e i cambiamenti climatici

palafitteNegli ultimi 20 anni si è registrato una crescita delle città 5 volte maggiore rispetto a quella dei suoi abitanti.  Vale a dire la città si espande, ma diminuisce la sua densità di popolazione per zone.  Una situazione che comporta un maggiore impegno di risorse economiche, per rispondere alla domanda dei servizi e che contribuisce ad aumentare l’inquinamento, perché comporta una maggiore mobilità, all’interno dell’area urbana.

Le città occupano soltanto il 2% della superficie terrestre ma producono il 70% dei gas serra. E l’inquinamento è una concausa, ma di notevole incidenza, dei mutamenti climatici

Le emissioni degli agenti inquinanti, eccetto le città situate in zone dal clima estremo che porta gli abitanti all’uso costante di aria condizionata o di riscaldamento, sono prodotte dai mezzi di trasporto.

È fondamentale quindi ripensare la mobilità, per favorire il trasporto pubblico e i mezzi “puliti”.  Le città meno inquinate è uno dei punti fondamentali anche degli Accordi di Parigi del dicembre 2015, assimilati contro il cambiamento climatico e con i quali concorda pienamente Habitat III.

L’inquinamento è la causa della morte di circa 1,3 milioni di persone ogni anno (dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità). E la mobilità, così come è organizzata ruba spazio vivibile alle persone, perché occupa gran parte del territorio urbano. Questo incide sulla vita dei cittadini perché limita le interazioni sociali, la partecipazione politica e l’espressione culturale.

A Quito si è registrato come le zone più minacciate dalle inondazioni e crescita del livello del mare, rischi prodotti dal cambiamento climatico, sono spesso le zone già di per sé, più vulnerabili. Sono state presentate diverse soluzioni, tese alla salvaguardia delle persone che occupano le baraccopoli. Tra le tante, quelle giudicate fattibili sono la costruzione di abitazioni elevate dal suolo, un ritorno quindi alle palafitte e la costruzione di corridoi verdi in grado di assorbire l’acqua costruiti intorno alle baraccopoli.

Città inclusive, le baraccopoli e gli insediamenti informali

insediamenti-informaliLa Nuova Agenda affronta il problema dei migranti, dei rifugiati e della conseguente formazione degli insediamenti informali, aumentati più di un terzo negli ultimi 20 anni.

Un problema cruciale nei paesi in via di sviluppo, dove le baraccopoli che si estendono ai margini delle metropoli formano esse stesse delle città di centinaia di migliaia di abitanti, ma prive  delle più elementari strutture fognarie, elettriche, idriche.

Dal 2000 al 2014 320 milioni di persone hanno lasciato gli slum metropolitani  (baraccopoli), ma è un numero insufficiente rispetto a quello globale – 1.000 milioni – alimentato dall’incremento della popolazione mondiale e dal crescente fenomeno della migrazione.

Un problema quest’ultimo che si va diffondendo anche nella parte più benestante del pianeta, dove il continuo flusso di profughi, rifugiati e migranti economici manda in tilt il sistema d’accoglienza e si formano gli insediamenti informali nelle stazioni ferroviarie, occupando palazzi vuoti,  formando campi spontanei, dove le condizioni umanitarie sono, inevitabilmente, critiche.

Situazioni endemiche,  vaste e complesse le cui  soluzioni sono tutt’altro che semplici e richiedono risposte diverse.

Al riguardo Habitat III ha inglobato due documenti  che formano la base delle soluzioni previste della Nuova Agenda Urbana: il documento di Rabat del 2012 “Making Slums History: una sfida mondiale per il 2020” e il più recente “Dichiarazione di Pretoria”.

Entrambi i documenti sottolineano la necessità di un approccio globale al problema, con il coordinamento di tutte le istituzioni. E il punto di partenza: smettere di considerare gli abitanti degli slum illegali, ma considerarli cittadini e come tali persone alle quali garantire loro tutti i diritti  che comporta lo status di cittadinanza.

shivani-chaudhryShivani Chaudhry  direttore esecutivo dell’indiana HLRN (Housing and Land Rights Network) nel suo intervento  a Habitat III ha posto l’accento sui seguenti 5 punti cardine.

In primo luogo è necessario affrontare le cause strutturali. Le persone che finiscono negli slum, sostiene Shivani Chaudhry, in larga misura,  abbandonano le aree rurali a causa della mancanza di  un’adeguata  riforma agraria che le permetta di continuare il loro lavoro nei campi. È quindi il sistema che le obbliga a migrare nelle città.  Città, dove, salvo delle eccezioni,  s’investe sempre meno nell’edilizia sociale.

Inoltre, bisogna stabilire il problema della distribuzione e della proprietà della terra. Perché per Shivani Chaudhry, la terra non appartiene ai governi, ma alle persone, pertanto le leggi devono garantire che dalla terra  non si generino benefici privati.

Quarto punto (ripetuto anche da altri  relatori), vanno evitati gli spostamenti e gli sgomberi. Pianificare uno sviluppo sostenibile urbano senza slum, non passa attraverso gli sfratti o le demolizioni delle baracche, perché questo significa far perdere alle persone che vivono in quei luoghi da tempo il loro diritto alla terra.

Nel quinto e ultimo punto  Shivani Chaudhry afferma che è necessario controllare la speculazione del mercato libero, che impedisce a molte persone l’accesso agli alloggi a causa del loro costo elevato. Quindi, termina, servono normative nazionali che garantiscano l’accesso alle abitazioni come un diritto umano imprescindibile.

Non demolire ma risanare e riconvertire

felipe-de-jesusFarli sentire cittadini, ascoltarli e coinvolgerli nelle decisioni che li riguardano, dare loro la certezza che potranno restare nei luoghi dove vivono da tempo: un senso di riconoscimento umano ma anche il modo di fornire loro una percezione di stabilità che li induce a prendersi cura dello spazio che occupano e di quello che lo circonda.

Questa è la sintesi dell’esperienza del segretario dello Sviluppo Urbano di Città del Messico,  Felipe de Jesùs (foto a sinistra), che considera il dialogo e la collaborazione tra i tecnici istituzionali e gli abitanti stessi delle periferie degradate,  la chiave che apre all’integrazione economica e sociale,  perché porta alle risposte adeguate e perché cimenta la fiducia da ambo le parti.

Alla partecipazione, va aggiunto, secondo Michael G. Donovan della BID (Banco Interamericano de Desarrollo)  l’approccio interdisciplinare: ma bene edificare ma  altrettanto importante, lo sviluppo parallelo delle infrastrutture, del sistema d’illuminazione, della rete fognaria, dei servizi basici.

Costruire quartieri, conclude Donovan,  ben collegati, con strade e rete di mezzi pubblici con il centro della città,  inglobati e non marginali alla città, da cui gli abitanti possono agevolmente muoversi e accedere alle possibilità di lavoro che la metropoli tutta offre.

In sintesi quello che serve, sottolineato dalle considerazioni di Donovan e abbondantemente ripetuto a Quito è che ogni città sia dotata di un  piano regolatore puntualmente aggiornato e pedissequamente applicato e rispettato in ogni suo punto dalle amministrazioni locali.

Perché come afferma Joan Clos, l’urbanizzazione non va incentiva ma ordinata e il settore  privato non sa “fare le città”, e il problema della ridistribuzione della ricchezza che genera lo sviluppo urbano può essere garantito soltanto dall’intervento politico.

Conclusioni

quito-habita-iiiHabitat III ha dimostrato che le idee ci  sono; alcune, forse le fondamentali perché le più logiche, si conoscono da tempo immemorabile, ma non sono state e continuano a non essere considerate  per il sopravvento dell’interesse privato su quello pubblico.

Quello che serve quindi è un capovolgimento d’interessi; un atto di buona volontà da parte dei 193 Stati, che hanno partecipato alla Conferenza, di trasformare le buone intenzioni che hanno sottoscritto in fatti concreti. Un’attitudine della gestione della res publica che i  cittadini di buona volontà poveri e non, di ogni longitudine e latitudine,  aspettano da tempo.

Approfondimento: Habitat III – The New Urban Agenda

 

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