Il Pianeta Terra si surriscalda ma la vita si espande

groenlandiaL’Artico, ci dicono i ricercatori, si sta riscaldando più rapidamente di qualsiasi altro luogo del mondo ed è un fenomeno che potrebbe determinare un veloce mutamento ambientale.

Il progetto italiano Arca studia i meccanismi che regolano la fusione dei ghiacci artici, l’afflusso delle acque in eccesso negli oceani e i conseguenti cambiamenti climatici.

Il fenomeno dello scioglimento della calotta glaciale artica, apprendiamo dai ricercatori del progetto Arca, è già avvenuto 14mila anni fa. I ghiacci dell’Artico si sciolsero, fecero salire il livello dei mari fino a 20 metri nell’arco di 340 anni, modificarono le correnti oceaniche, determinando un cambiamento radicale del clima, fino alle zone tropicali.

Il confronto tra quanto avvenuto nel passato con i dati concernenti l’osservazione del processo in atto, permette ai ricercatori di verificare i punti di forza e quelli invece critici dei modelli sviluppati.  Mentre la piena comprensione del sistema climatico e delle condizioni che lo determinano è la conditio sine qua non per prevedere scenari realistici a breve e medio termine.  Perché l’accelerazione che sta subendo la fusione della calotta artica, per i ricercatore dell’ Arca, non fa escludere la possibilità che un fenomeno analogo a quello avvenuto 14mila anni fa,  possa ripetersi.

Il progetto, finanziato dal Miur, vede impegnato il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) con l’incarico di coordinatore, l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) e l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). Un impegno multidisciplinare in quanto i meccanismi che regolano la fusione della calotta polare artica e il deflusso delle sue acque negli oceani sono molto complessi e il raggiungimento della piena comprensione di tali meccanismi, impone l’integrazione dei diversi saperi e conoscenze.

Ma c’è anche una buona notizia: una scoperta straordinaria

stromatolite-di-3-700-milioni-di-annniMentre in Italia ci si adopera per impedire i cataclismi,  lo stesso preoccupante fenomeno dello  scioglimento dei ghiacciai ci regala, grazie allo  studio di scienziati  australiani, un’importante scoperta avvenuta nella regione Inua in Groenlandia: il fossile più antico della terra, finora nascosto dalle nevi sciolte di recente.

Si tratta di stromatolite, ossia strutture sedimentarie con la presenza di microbi che si nutrono dei composti presenti nei sedimenti.  La straordinarietà della scoperta risiede nel fatto che il fossile risale a 3.700 milioni anni fa, 220 milioni prima di quella si pensava fosse la data della comparsa della vita sulla Terra.

La scoperta è stata pubblicata nella rivista scientifica Nature il primo settembre 2016, dove Allen Nutman, ricercatore dell’University of Wollongong  (Nuovo Galles del Sud in Australia) a capo del gruppo di scienziati autori della scoperta,  ha confermato che le stromatolite di Inua “rappresentano la più antica testimonianza biologica visibile del mondo”.  E  si tratta di una testimonianza definitiva,  rileva lo scienziato, perché  come spiega, la morfologia e la composizione chimica del fossile scartano l’eventualità di una sua origine non biologica.

Dalle rocce di Inua, quindi, si può supporre che 3.700 milioni di anni fa, la vita sul pianeta Terra fosse già una realtà consolidata.  Lo studio australiano fa dedurre la tesi per la quale i primi esseri viventi potrebbero essere apparsi ancora prima della data fissata dal fossile, intorno  ai 4.000 milioni di anni, poco dopo, in termini geologici, la formazione della Terra avvenuta 4.500 milioni di anni fa.  E la data coincide con il periodo in cui il nostro pianeta era costantemente bersagliato dagli asteroidi che trasformavano la sua superficie in una massa informe di lava ardente, nella quale vissero i primi terrestri.

abigail-allwoodAbigail Allwood (a sinistra), ricercatrice presso il Jet Propulsion Laboraty della Nasa, a commento della scoperta australiana, ha affermato: “Se questi fossili sono realmente le tombe figurative dei nostri antenati, le implicazioni sono sorprendenti. Perché se questi microbi sono riusciti a vivere in quelle condizioni e a lasciare tracce, significa che la vita non sia così improbabile e rara. Datale una mezza possibilità e andrà avanti”.
L’attuale conoscenza della vita nell’universo, secondo l’investigatrice statunitense, si basa principalmente su quanto tempo ha impiegato la vita a comparire sulla Terra dopo la sua formazione. Se, come indica la nuova scoperta, il lasso di tempo che intercorre è così breve (sempre in termini geologici) allora, sostiene Allwood, è probabile che ci siano forme di vita anche negli altri pianeti del sistema solare.

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