Il cashmere è cashmere. E la scienza lo difende dalla truffe commerciali

Nonostante l’aumento dei costi, la richiesta delle fibre naturali nobili cresce ovunque, ma a fronte dell’incremento della domanda, l’offerta – anche per motivi climatici o instabilità politica nei luoghi di origine – non cresce adeguatamente.  In proporzione all’incremento della domanda, invece, vanno di pari passo, le frodi commerciali: ossia filati farlocchi che vengono fatti passare come il morbidissimo e pregiato cashmere.

Un danno per i consumatori, dunque, ma anche per i produttori ed esportatori che vogliono regole serie e procedure sicure per il controllo della qualità dei prodotti.  E la scienza è scesa in campo per aiutarli contro le truffe.

L’Istituto Cnr-Ismac di Biella ha messo a punto un metodo in grado di distinguere con estrema precisione il filato cashmere dagli pseudo tali, permettendo, quindi di smascherare le frodi.  Si tratta del Metodo Proteomico che si basa sull’analisi delle macro proteine, grazie al quale si ottiene l’identificazione e qualificazione delle fibre pregiate.

“La lana yak – spiega Cinzia Tonetti, ricercatrice dell’Istituto biellese, nel corso di un’intervista – al tatto è molto simile al cashmere il quale non è solo bianco ma è anche pigmentato naturalmente”. Per questo può capitare che il primo filato venga spacciato per il secondo.

La ricerca che ha messo a punto il Metodo Proteomico si è focalizzata sulla studio di 3 fibre: la lana, il cashmere e lo yak. Il metodo consiste nell’estrazione delle proteine delle fibre animali, segue la digestione enzimatica di tali proteine – prosegue Cinzia Tonetti – che significa la riduzione delle stesse in piccoli frammenti, per procedere all’identificazione attraverso un cromatografo liquido ultra performante associato alla spettrometria di massa. Al termine di quest’analisi si ottengono le percentuali delle fibre e la loro composizione.

Il metodo è stato sviluppato con il sostegno delle aziende tessili biellesi che chiedevano di superare le semplici indagini microscopiche fin’ora adoperate, risultate poche affidabili nell’ottenere un’ identificazione certa di quelle fibre morfologicamente simili come il cashmere e lo yak, a tutto vantaggio delle frodi commerciali.

Il nuovo processo identificativo, “oggettivo e specifico per le fibre animali”, come lo definisce Cinzia Tonetti mette al riparo l’autenticità del Mady in Italy e il lavoro delle aziende tessili italiane, che sono le più importanti esportatrice di prodotti di cashmere nel mondo.
Da marzo 2018 la procedura messa a punto del Cnr-Ismac di Biella, con la sigla Iso 20 4181 è diventata internazionale e dovrà essere applicata a tutti i laboratori.

Bel successo per Cnr-Ismac – e con l’istituto biellese per tutta la ricerca italiana –  in procinto ad affinare il metodo per l’analisi d’identificazione della fibra di cammello, prossimo filato destinato a scalare i mercati della moda.

 

 

Copertina: modello della stilista Laura Biagiotti, detta ‘la regina del cashmere’. New York, 1975

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *