Valentino Parlato: quando una storia “parla”

Ho aspettato qualche giorno, per far sedimentare la mia tristezza e malinconia: oggi 9 maggio, ad una settimana esatta dalla sua morte, però, è arrivato il momento  di commemorare una firma storica ed epocale del giornalismo italiano: Valentino Parlato.

Nelle ore e nei giorni immediatamente successivi alla sua scomparsa dello scorso 2 maggio 2017 molto si è scritto e detto della sua storia biografica: ormai molti quindi sanno che Valentino Parlato era di origini siciliane, agrigentine per la precisione, ma che era nato e cresciuto a Tripoli, da dove venne espulso nel 1951 per motivi politici (aveva vent’anni, e già era iscritto al Partito Comunista Libico). Così come ben molti sanno pure che, giunto in Italia, si iscrisse immediatamente al PCI, che lavorò prima all’Unità e poi a “Rinascita”, come consulente e corrispondente economico.

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Soprattutto, Parlato ha però legato il suo nome ad una vera e propria epopea del giornalismo italiano: quella de “il manifesto“. Contribuì alla fondazione di quello che all’inizio, nel ’69, era un mensile, e che poi diventò un giornale quotidiano nel 1971, fondazione che – unitamente alle sue posizioni filo-ceche durante la Primavera di Praga – gli costarono l’espulsione dal Partito Comunista Italiano.

Perché quella di Valentino Parlato è stata una vita che “parla” – come sembra quasi consigliare il suo stesso cognome. Perché il giornalista, scrittore, pensatore, ideologo comunista Valentino Parlato ha sempre avuto l’ideale come guida, la comunicazione come missione.

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Contribuì, come prima firma, direttore, ideatore e responsabile, alla fondazione di quella parabola giornalistica che “il manifesto” rappresenta credendo nella controinformazione come attività da mettere nelle sapienti mani di professionisti del settore. Volle sin da subito che il giornale fosse solido da un punto di vista contenutistico, oltre che ideale: imbevuto intellettualmente di  fervente ideologia, ha sempre messo al primo posto il bene assoluto di ogni comunicatore: la libertà del proprio lettore.

La storia di Valentino Parlato, quindi, “parla” di volontà, “parla” di fervore, “parla” di ottimismo utopico. “Parla” perché è una storia narrabile, riassumibile, confrontabile con quanto ci circonda. Che possiamo, se vogliamo, integrare con le nostre convinzioni ascrivendola, comunque, a possibile guida.

La storia di Valentino Parlato “parla” soprattutto perché il suo protagonista, quello scrittore/giornalistica/pensatore ha fatto di tutto perché fosse così: Valentino Parlato era una persona che viveva la sua missione come autentico filibustiere della libertà. Da accanito fumatore qual’era, ad esempio, all’introduzione del (sacrosanto!) divieto di fumare nei luoghi pubblici commentò: “Ora cominciano col fumo, chissà quanto ci vieteranno anche tutto il resto…“.

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Di Valentino Parlato ci rimane una sequela densa di scritti, aneddoti, prese di posizione. La sua storia l’ha raccontata in un documentario, pubblicato già nel 2005 e realizzato tra gli altri da suo figlio Matteo, intitolato: “Vita e avventure del Signor di Bric à Brac“, che è stato ripubblicato sul sito de “il manifesto” giusto due giorni fa (clicca qui per vederlo).

Soprattutto, ci rimane un articolo uscito proprio su “il manifesto” lo scorso 9 aprile, nel quale Parlato parlava dell’attuale momento storico così (e con le sue parole concludo):

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