Tabarchino. Perché io sono nato nel Mediterraneo

La Torre di Babele descritta nella Bibbia racconta che la terra aveva una sola lingua. Emigrando dall’Oriente gli uomini capitarono in una pianura, vi si stabilirono e dissero:” Facciamo mattoni e cuociamoli, assieme al bitume costruiamo una città e un’alta torre che possa toccare il cielo”. La parola Babele, in ebraico “babal”, vuol dire confondere e proprio per questo gli idiomi degli abitanti di Sennar divennero tra loro incomprensibili e furono dispersi nel mondo. Le lingue così mutarono, si aggiunsero milioni di suoni diversi che da sempre, fino ai giorni nostri, rappresentano un tesoro inestimabile perché nascondono emozioni, storie e segreti. Poi l’individuo imparò che non bastava conoscere una lingua per comprendersi ma era necessario aggiungere mille espressioni, sfumature, rapportate alla zona in cui viveva e da ciò sono nati i dialetti, una ricchezza, un patrimonio a volte più interessante della lingua stessa.

Su questa traccia abbiamo incrociato questa notizia: le città di Calasetta e Carloforte (Sardegna) hanno chiesto all’Unesco, che sia riconosciuto come bene immateriale dell’umanità l’epopea tabarchina. I due comuni insulari, enclavi liguri del Sulcis, appoggiati dal consiglio comunale di Genova, hanno trovato l’accordo con le istituzioni di Alicante in Spagna, per fare questa richiesta e sarà la Tunisia a formalizzarne la domanda finale.

Facciamo un passo indietro. Nella prima metà del 1500 la famiglia genovese dei Lomellini colonizzò l’allora isolotto di Tabarca, per farsi sì che la pesca del corallo divenisse fonte di guadagno e nascesse da questo lavoro un commercio fiorente. Divenne uno dei porti più attrezzati per gli approdi dei pescherecci e la città tunisina, famosa per le cicogne che ancor oggi nidificano sui tetti rossi delle case e per la fortezza costruita nel XVI a protezione del promontorio, è custode di valori tradizionali quali il mondo agricolo, ma in virtù di quel vecchio colonialismo conserva uno spirito di accoglienza gradito ai turisti che la visitano.

Quella frangia di italiani che sbarcò sulle coste mediterranee della Tunisia portò così in quelle terre il dialetto genovese, e da 5 secoli è lingua parlata e capita da tutti. Il mare poi è stato il veicolo principale per contagiare altri paesi, così nel 1700 da Tabarca si mossero non solo navi ma anche uomini e fondarono le comunità di Carloforte e Calasetta; scesero all’isola di S.Pietro fino a raggiungere la Spagna, ad Alicante, dove fondarono la cittadina chiamata Nuova Tabarca.

Le relazioni tra le varie etnie, da Gibilterra a Costantinopoli, fecero sì che il tabarchino si mantenesse sempre come lingua ufficiale e si diffondesse anche tra i mercanti di tonno perché usufruivano delle imbarcazioni degli armatori genovesi. Tra questi imprenditori ci fu Giuseppe Raffo (nella foto a lato), figlio di un chiavarese, che originariamente era uno schiavo, ma seppe conquistare prestigio con il suo lavoro e la sua diplomazia e divenne, benefattore per la città d’origine, costruendo la cattedrale di N.S. dell’Orto.  Così come Raffaele Rubattino, capitano d’industria, armatore abile ed attento, la cui statua è posta a Piazza Caricamento a Genova e che la storia riferisce essere stato fornitore delle navi che partirono da Quarto per la spedizione dei Mille di Garibaldi.

Ancor oggi un genovese, un carlofortino, uno di S.Antioco, di Carbonia od Iglesias possono parlare tra loro, la fonetica, ed il lessico, sono molto simili tra loro, le espressioni e le consuete interlocuzioni, macchiate da qualche francesismo, sono comuni scambi dialettici. Lingua, dunque, viva perché proveniente da storia originale e lontana tramandata da generazioni e che porta ad una riflessione sociologica in riferimento a minoranze inserite ed accettate. E’ una lingua simile al genovese moderno e ne conserva forme letterarie e grammaticali, reinventandosi modi di dire creativi perché carichi di genialità espressive. Al momento gode di tutela solo a livello regionale.

In Sardegna ancor oggi più dell’86% dei giovani usa quella che era la lingua dei loro avi e anche se non si  conoscono tutte le inflessioni viene capita lo stesso. A Carloforte le strade sono indicate bilingue (nella foto a lato).

E che dire dell’esistenza di un festival della canzone tabarchina! E’ un modo di continuare a trasmettere la storia, la memoria e sono stati pubblicati libri di testo, di grammatica illustrati dai ragazzi perché possano costituire un orgoglio di appartenenza.

Coloro che furono pescatori di corallo chiedono all’Unesco questo riconoscimento, perché così sarà un patrimonio culturale per la gente che sa amare la propria terra.

 

Foto di copertina: Isola di Tabarka – Tunisi

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