Federico e Alberto. Amicizia e arte che si prendono per mano

L’attore impara a “sentire” il pubblico recitando dal vivo, perché sviluppa una personalità particolare… L’abilità di mettersi in sintonia con la gente che in ultimo sarà il pubblico per cui il film è stato girato, è un’arte. Lo si capiva dal modo in cui Sordi riusciva a catturare la gente sul set mentre stavamo filmando (da “Io Federico Fellini” di Charlotte Chandler)

Il 20 gennaio 1920 nasceva a Rimini il regista Federico Fellini. Sei mesi dopo, il 15 giugno, a Roma, vedeva la luce l’attore Alberto Sordi.

Fellini si trasferì a Roma giovanissimo, diciannovenne, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Era il 1939 e andò ad abitare in Via Albalonga n.13 (una targa dal 2019, a lato del portone, ricorda l’illustre inquilino).  Sarebbe dovuto andare all’università – ed effettivamente s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza – ma il suo sogno segreto – e l’intenzione – era fare il giornalista. E, infatti, in pochi mesi Fellini rese concreto il suo desiderio, iniziando a collaborare con il Marc’Aurelio, famosa testata satirica di quegli anni.  Il genio del riminese saltò subito fuori se è vero – com’è vero – che in poco tempo ebbe altre importanti occasioni di lavoro, scrivendo copioni per la rivista, l’avanspettacolo e per l’EIAR (l’odierna Rai), dove conobbe la futura moglie, l’attrice Giulietta Masina, con la quale avvierà un sodalizio nella vita e nell’arte.

Anche Alberto Sordi nel 1946 era approdato alla radio. Deciso a recitare fin da giovanissimo, faceva la comparsa a Cinecittà quando nel 1938, nonostante fosse privo di scuola ed esperienza, fu scelto dalla Metro Goldwyn Mayer per prestare la voce al celebre attore statunitense Oliver Hardy per la serie Stanlio e Ollio. Un altro artista nato, Alberto Sordi, che affinò il proprio talento recitando nelle riviste e nell’avanspettacolo (accanto ad attori del calibro di Aldo Fabrizi e Anna Magnani).  Fino ad arrivare, dicevamo, alla radio.

Non era ancora conosciuto al grande pubblico, ma raccontano i suoi biografi “in poche settimane i negozi avrebbero chiuso in anticipo per la gente che correva a casa ad ascoltare il suo programma alla radio”.  Ed è attraverso i suoi indimenticabili programmi radiofonici, iniziando dal primo I compagnucci della parrocchietta (1946, ispirato ai giovani dell’Azione Cattolica) fino a Qui vi parla Alberto Sordi (1948-50) che Sordi si fece interprete ineguagliabile dei vizi degli italiani, un’abilità che poi trasferita nel cinema lo rese uno dei maggiori interpreti del cinema nostrano, icona della commedia all’italiana.

Lo  raccontava lo stesso Sordi: “in quei personaggi radiofonici c’era la radice di tutti gli altri personaggi che avrei interpretato nel cinema, più di 150, dall’Americano a Roma fino al Borghese piccolo piccolo…sempre con la speranza di fare ridere la gente, ma anche con la presunzione che, dopo aver riso, ci riconosceremo in quei vizi, in quei difetti, per vivere meglio noi e per far vivere meglio gli altri…”.

Fellini e Sordi erano legati da un’antica amicizia che precedeva i lavori fatti insieme nel cinema, Lo sceicco bianco  del 1952, che segnò l’esordio assoluto del riminese come regista cinematografico e I vitelloni del 1953; un legame umano, il loro, che durò tutta la vita.

Fellini ricordava così come scelse  Sordi per il ruolo dello sceicco: “…Un giorno andai a trovare Giulietta sul posto di un film che stavano girando fuori Roma. C’era anche Alberto che faceva parte del cast e che usciva dal fiasco di ‘Mamma mia che impressione’ ed era malvisto dal noleggio”.  Quando  Fellini finì la visita e si congedava Sordi, gli fece  “ Vai già via? Addio Federì”, e gli chiese se avesse già trovato gli attori per il film. E Federico “quasi seccato”  gli rispose: “No, non li ho ancora trovati”. Allora continua a ricordare Federico  «Sordi tirò su quegli occhi chiari e con grande semplicità disse: “Perché non lo fai fare a me Federì? Lo sai che te lo farei bene”. Lo disse in modo serio, senza presunzione, come se fosse già disposto a essere scartato. Era consapevole d’essere bravo, ma con molta umiltà. Questo suo atteggiamento mi colpì, ci pensai dopo, mi smosse dentro qualcosa. Allora decisi di fargli il provino. Mi ricordo che già nel provino era straordinario.»

Lo sceicco bianco – che segnava anche l’inizio della collaborazione per le sceneggiature tra Federico Fellini ed Ennio Flaiano – non fu un successo, né di critica né di pubblico.  I vitelloni, invece, fu un trionfo: consacrò definitivamente  Sordi come interprete di grande statura, rese celebre  Fellini anche all’estero, conducendolo alla prima nomination agli Oscar, premio che poi vincerà per 5 volte con i film: La strada (1954 – premiato nel 1957),  Le notti di Cabiria (1957, premiato nel 1958),  8 ½ (1963, premiato nel 1964) e Amarcord (1973, premiato nel 1975) e l’ultimo alla carriera.

Le carriere si  separarono, dopo I vitelloni, Sordi e Fellini non hanno più lavorato insieme per decenni, tranne nel cameo dell’attore romano in Roma, del 1972. Inevitabile, d’altronde, come plasmare la ben definita maschera di Sordi alle oscillazioni tra sogno e realtà tipiche della poetica felliniana?!Due stili, due marchi inconciliabili. Più per volere di Fellini che per scelta di Sordi, anche se l’attore romano ne comprendeva le ragioni.

Poi, improvvisamente, la sorpresa: eccoli  insieme davanti alla macchina nel film Il tassinaro del 1983 nelle vesti invertite,  con Fellini che interpreta se stesso e Sordi –  nel duplice ruolo di regista e attore protagonista –  che fa il tassinaro, entusiasta dell’inaspettato incontro  con il Maestro che va a prendere nella sua storica abitazione di Via Margutta. “E chi se l’aspettava oggi d’avé  st’incontro – dice il tassinaro in romanesco dopo essersi ripreso dalla sorpresa dell’emerito passeggero  – di solito vengo qui a carica’ ‘na cornice antica, un tavolinetto d’antiquariato. Invece lei è la persona più moderna del mondo … il più grande scienziato della cinematografia del mondo”.

Fellini è investito  da un profluvio di parole d’irriverente apprezzamento del tassinaro, il quale – a volte assumendo l’accento riminese –   ripercorre la  biografia e sua filmografia di Fellini.  A dotto’, so’ tutti i sogni che lei faceva da bimbo quelli che mette nei film? Ma è vero? A dotto’,  ma lei stava sempre a dormì da ragazzino”. E Fellini, seduto davanti  – e non nel sedile posteriore come sarebbe d’uopo – depone il suo iniziale atteggiamento tra l’imbarazzato e lo scocciato, guarda il tassinaro Sordi e  ride ride … e continuano a “pagliacciare come due vitelloni, ricordando i vecchi tempi… ritrovandosi tali e quali… con qualche rughetta in più e qualche capello in meno…”.

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