Quante tragedie annunciate dovremo ancora vedere?

Passano gli anni, tutto si dimentica, forse perché non vogliamo avere pesi sulla coscienza.  Ma oggi che le tragedie causate dall’uomo si ripetono a breve distanza l’una dall’altra, ci tornano in mente quelle che da bambini ci sembravano favole o invenzioni impossibili, nate dalla fantasia degli adulti.  Come l’alluvione nel Polesine, che pochi anni fa mi è stata raccontata nei minimi particolari, perché vissuta in prima persona da mia suocera originaria di Polesella, un paese tra Ferrara e Rovigo completamente sommerso dalle acque del Po. E che da quel dramma seppe risollevarsi costruendo quegli argini che lo hanno da allora protetto.

Ma non posso dimenticare l’impressione che provai nel giugno del 1964, quando mi recai a Longarone e vidi quell’immensa distesa di fango che copriva la valle del Vajont e seppellì   Erto e Casso.  Anche perché, a seguito di quella tragedia, la storia dirà che la colpa dell’uomo era evidente: quei 270 milioni di metri cubi d’acqua che fuoriuscirono dalla diga più alta del mondo, 200 metri,  a causa della caduta dei massi del monte Toc – e guarda caso in dialetto “patoc” vuol dire marcio –  poteva essere prevista ed era stata preannunciata. Morirono 2000 persone e tra loro 500 bambini.

Ma quando, allora, lo stupore unito al dolore entrò nel cuore degli italiani, ci fu qualcosa che toccò in particolare  la mia famiglia.

Tanti si resero disponibili con aiuti  sinceri concreti e visibili. I miei genitori ci riunirono al termine di una cena e con parole semplici ci chiesero se eravamo d’accordo a che uno di quei bimbi rimasti orfani avremmo potuto considerarlo un nostro fratello. Forse era in noi una certa  incoscienza, non so,   ma quando comprendemmo la proposta fattaci,  accettammo con gioia  il nuovo arrivato: sarebbe diventato un altro compagno di giochi.  Non ancora convinti, mamma e papà ripeterono questo loro discorso a più riprese, ma noi tre ci eravamo già organizzati, si poteva aggiungere un letto nella camera più grande.  Papà fece la domanda presso la tenenza dei carabinieri e restò in attesa. Poi invitò a casa nostra per respirare aria di mare, la figlia di un suo fornitore di mobili che nell’inverno del ’63 aveva avuto una malattia ai polmoni, e che noi non conoscevamo, per metterci in effetti alla prova. La bimba, molto timida, tendeva ad isolarsi ed a non concedere confidenza. Con il passare dei giorni ed il miglioramento della salute il suo carattere si aprì e diventammo un bel quartetto, tanto che al momento del suo rientro a Seveso fummo molto dispiaciuti per la sua partenza.

Ecco, secondo nostra madre avevamo superato la prova. L’attesa si protrasse alcuni mesi, poi giunse una lettera della Prefettura  di Belluno  che ringraziava la mia famiglia ma che i pochi orfani rimasti a seguito della tragedia erano stati inseriti  nei gruppi familiari dei paesi vicini. Che delusione! Addio alla possibilità di avere un nuovo fratello o sorella! E così il giugno successivo eccomi a Longarone,  ad osservare da vicino come l’incuria e l’incapacità dell’uomo aveva potuto produrre tanto dolore e sofferenza.

Mi è sempre rimasto il rammarico di non aver potuto incontrare qualche ragazzo o ragazza per poterlo guardare negli occhi e leggervi quella  possibilità sfiorata di diventare un componente della mia famiglia.

Oggi a distanza di 55 anni sarebbe un uomo o una donna ai quali vorrei ancora dire che la vita offre doni imprevisti (quali il ricordo di un mancato incontro), e che il mio è velato da quella perduta occasione offertami, ma che pur nel rinnovare il dolore di quella tragedia mi lascia un sorriso di riconoscenza per la grande fora d’animo  che il popolo friulano ha dimostrato allora ed ancor oggi.

 

Fotografie dall’alto vero il basso: 1) alluvione del Polesine, 1951;  2 e 3) il disastro del Vajont, 1963

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