Professore, le vorrei chiedere

Sarebbe stato bello avere l’occasione di intervistare Umberto Eco. Sento ovviamente ancor più forte questo desiderio nel leggere i tanti necrologi di una persona che è semplicemente incredibile saper morta: è talmente normale averlo a portata di mano, Umberto Eco, sul giornale, in libreria, citato nelle tesi di generazioni di studenti, nei loro pensieri, nei loro  riferimenti, che pare vivere da sempre, e par debba (soprattutto) vivere per sempre.

Mi permetto dunque il lusso di immaginare, quell’intervista che non potrò più scrivere, come simbolo di quello che ha significato Umberto Eco per la generazione dei trentenni del terzo millennio.

umberto eco 2Non potrò mai chiedere a Umberto Eco, ad esempio, degli anni di piombo, di cosa pensasse, provasse, sognasse mentre partecipava a costruire il substrato valoriale e morale sul quale sono stati gettati i fondamenti dell’ideologia giornalistica moderna e contemporanea firmando (tra le altre mille cose) quei 55 articoli che scrisse come “Dedalus” su “Il Manifesto”..

Così come non potrò mai chiedergli perché avesse più volte detto che “Il Nome della Rosa” fosse il suo romanzo che odiava di più. “Forse, è il classico vezzo dell’autore-padre che se la prende con il proprio libro-figlio di successo?” avrei chiesto al professore, col moleskine aperto in mano pronto per riempirlo tutto con la mia biro blu, magari vedendomelo girovagare, saggio e grande, in uno studio che immagino sterminato, pieno di scansie, libri, ripiani ricolmi di appunti, cose da leggere, stralci di pensieri da mettere in forma, sostanze di parole da coniare, leggere, far di conto, mentre col pensiero magari enumera i titoli delle proprie opere per verificare la veridicità di quel cattivo giudizio sul suo libro universalmente più conosciuto.

E mi sarebbe piaciuto chiamarlo proprio “professore”, ancor prima di semiologo, filosofo, scrittore o immane saggio. Perché Eco è ed è stato uno dei primi professori in “Scienza della Comunicazione“, corso di studi da lui stesso fondato a Bologna, “la dotta”, uno degli atenei più antichi del mondo nel quale proprio Eco traspose la comunicazione come oggetto di studi (facendo una delle cose più moderne che una mente così grande potesse fare).

Inoltre, magari costringendolo a considerare la presenza – che non credo non potesse non esserci – di un computer sulla sua scrivania così come di uno smartphone in una delle sue tasche, l’avrei proprio interrogato, poi, sui “social network”: non ho mai accettato l’idea e l’ipotesi di accontentarmi dei titoli che molti giornali e giornalisti hanno fatto sulla sua celebre frase: “I social network hanno dato la parola ad una massa di imbecilli“.

Siccome credo sia sinceramente illogico pensare che una mente tanto vasta si fosse fermata ad uno scrimolo così piccolo osservando la grandezza partecipativa, pornografica e immane della rete sociale 2.0, mi sarebbe piaciuto pungolarlo, costringerlo a dire proprio a me molto di più sul suo pensiero, sapere come quei suoi grandi occhi scrutanti vedessero il mondo della comunicazione e del giornalismo attraverso le lenti difficili e illogiche di facebook, godendomi i grandi sospiri che magari avrebbe emesso prima di rispondermi, come era solito fare quando le domande che gli venivano poste non gli andavano completamente a genio.

Così come sarebbe stato meraviglioso chiedergli (e ascoltarlo per ore) del suo amore per i segni, quei segni e quei simboli che, posti alla base del linguaggio, della comunicazione tra le persone e tra le loro menti mutevoli, lo avevano da sempre affascinato e sedotto (anche se per questa parte dell’intervista, l’habitat migliore forse non sarebbe stato il suo studio, ma un’aula universitaria nella quale, intrufolato tra la folla di studenti fortunati auditori, potevo seguire una lezione sul tema).

Perché anche mentre scriveva di medioevo, anche quando filosofeggiava, il professore narrava linguaggi, si baloccava con il proprio amore per l’universo della comprensione, della discussione, della condivisione, facendo di questa stupefacente invenzione umana – i segni, appunto – un qualcosa di giustamente enorme nella sua logica, nella sua costrizione, nella sua libertà.

umberto eco 4 in una foto di roberto espositoSarebbe stato bello intervistare Umberto Eco trasportandolo, magari, nel racconto dell’Italia, un Paese che il professore, pur essendo una delle menti più ascoltate del globo, non ha mai abbandonato. Eco è sempre stato, infatti, profondamente italiano, anche mentre università di mezzo mondo lo laureavano honoris causa (ha collezionato così 41 lauree!), e mentre “Il Nome della Rosa” veniva tradotto in cinquanta e passa lingue e vendeva 14 milioni di copie nel mondo (14 milioni!!!). Chissà cosa mi avrebbe risposto ad una domanda specifica sulla “speranza”, sulle “illusioni”, così come sull’assenza di “alternative”, sul fondersi dei campi politici, sulla commistione dei pensieri.

Forse, la sua risposta più grande sta proprio nei due milioni di euro investiti a 84 anni (“da compiere”, come gli piaceva sottolineare) nella nuova casa editrice La Nave di Teseo. Un investimento fatto a pochi mesi dalla morte e già malato, è senz’altro il testamento al contempo pratico e morale: un uomo, uno studioso, un best seller, un autore, ma soprattutto un professore, per sempre uomo libero, sia quando era vivo come tutti noi, sia adesso, che è sopravvissuto ora e per sempre attraverso il suo pensiero, le sue opere, come solo a pochi, capita di poter fare.

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