Palla di gomma. Addio a Fosco Becattini

fosco-becattiniNato per giocare al pallone: il suo nomignolo era Palla di Gomma.

Lo scrivere una storia, innanzitutto vera, va intesa come un’espressione d’affetto, come un qualcosa che ti fa ancora battere il cuore, che ti ripete e ti consente di non cancellare mai l’immagine di una persona conosciuta, apprezzata, e da portare ad esempio in questi giorni così poco puliti e che proprio per questo ancor oggi quella persona ti sembra un marziano.

Vogliamo ricordare un calciatore, un uomo che ci ha lasciato da pochi giorni, in silenzio, ma un silenzio che deve fare rumore al di là di ogni retorica e falsa modestia.

Chi non ha tirato quattro calci ad un pallone, magari fatto di stracci, e che pesava più del normale perché imbevuto di acqua salata dato che ogni volta che era calciato oltre la linea, segnata magari da qualche sasso, finiva inevitabilmente in mare?

Ebbene sì il ragazzo Fosco Becattini e suo fratello passavano ore ed ore sulla spiaggia, fino a quando qualcuno li accompagnò al campo sportivo ove giocava la squadra del paese. Erano davvero magrolini, la mamma riusciva, a malapena, a racimolare qualche spicciolo per un unico pasto giornaliero, ma c’era sempre qualche anima buona che l’aiutava preservando per i ragazzi un piatto di minestra e un buon tozzo di pane, e loro a distanza di anni hanno sempre ricordato tali generosità.

Entrambi avevano buone capacità tecniche, uno giocava in difesa , altro in attacco. Sfortuna volle che il centravanti si fratturasse un piede e non fosse più in grado di calciare il pallone. Ma Fosco no. Dal suo esordio in squadra passò poco tempo, e fu acquistato dal F.C. Genoa ove arrivò in cambio di un certo numero di paia di scarpe e qualche divisa da calciatore.

Nessuno poteva prevedere che in quel lontano 1946 quel ragazzo, poco più che ventenne, sarebbe diventato per quel club una leggenda, e che in rossoblù avrebbe giocato per 16 anni e per 425 gare.

Ma quello che stupisce ancor oggi è scoprire che in tutti quegli anni il giovanotto si è sempre servito del treno, che lo portava da Sestri Levante a Genova , per ogni allenamento. Era talmente serio e rispettoso dei suoi doveri di calciatore che alla sera, se lo trovavi al bar a fare quattro chiacchiere, ad un certo punto, guardava l’orologio e se le lancette segnavano le 21, salutava tutti ed andava a dormire. Non c’era verso di trattenerlo un minuto in più, il giorno dopo c’era l’allenamento, e lui si allontanava sempre a passo svelto.

Contro di lui le ali avevano vita dura, la sua statura non eccelsa lo rendeva però velocissimo e molto agile tanto che gli fu dato l’appellativo di “palla di gomma” perché arrivava più in alto di tanti attaccanti e famosissima è sempre stata la sua rovesciata a mezza altezza.

Una volta gli fu chiesto chi era stato secondo lui il più bravo giocatore del Genoa, ci pensò un po’, poi disse di non voler nominare le molte “bandiere” che avevano giocato nel Grifone ma per lui il più bravo come giocatore e come uomo era stato l’uruguagio Abbadie, e per chi l’ha conosciuto, sa che per rettitudine e correttezza, erano molto simili.

In quegli anni la nazionale italiana era composta da quasi tutti i giocatori del grande Torino, ma quando il terzino Maroso si infortunò a sostituirlo fu chiamato Fosco Becattini che giocò in Spagna vincendo la partita per 3 a 1 ed a Budapest pareggiando l’incontro con l’Ungheria.

Rimasero quelle le sue uniche gare in Nazionale, come fu uno solo il gol che realizzò: a Torino, al portiere Mattrel, contro la grande Juve di Sivori, Boniperti e Charles.

Dopo il suo ritiro dall’attività divenne allenatore ma non esercitò per molto tempo. Insegnò al figlio come si gioca a calcio e come ci si comporta sul campo, e il giovane Becattini ricoprì il ruolo di centravanti, come lo zio, militando in squadre di serie C. Il buon Fosco non amò mai salire alla ribalta, rilasciò poche interviste, e nell’ultima sottolineò come il calcio non fosse più una cosa seria come ai suoi tempi.

Se lo incontravi sulla passeggiata, sempre sotto braccio alla moglie, quasi voleva passare inosservato, sotto il suo cappelletto di tela azzurra o grigia con le tese calate sulla fronte ti guardava di sfuggita, ma se lo fermavi per salutarlo era pronto a scambiare quattro chiacchiere e parlare del passato. Persone così non se ne trovano proprio più.

A Genova tutti lo ricordano, è stato un grande di quel bel Grifone, tutti oggi lo piangono, e nel prossimo incontro casalingo gli verrà reso omaggio con un minuto di silenzio e con striscioni in suo onore. Ma siamo certi che saranno tante lacrime a scendere su quel silenzio e bagnare così il ricordo del mitico terzino rossoblù.

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