George Orwell. Ritorno al futuro

Sono passati settanta anni da quando, l’8 giugno 1949 George Orwell pubblicava 1984, romanzo cult che per un certo periodo, forse è apparso fin troppo visionario, sebbene raccontasse il mondo post bellico saldo nella sua suddivisione in due blocchi contrapposti. Eppure, a ben guardare, le parole di Orwell sono andate oltre l’89, anno in cui cadeva il muro, si aprivano le frontiere e l’Europa unita non appariva più un’utopia.

Tempi lontani e vecchi ricordi per chi ha visto quelle macerie e ha creduto che, eliminato l’ultimo baluardo di totalitarismo, la libertà sarebbe divenuta luogo comune. Luogo comune accessibile a tutti in ogni dove, perfino nella lontana Cina, oggi tanto vicina.

Ebbene, il mondo depauperato da forme di potere estremo è davvero divenuto luogo comune, ossia una frase fatta, un modo superficiale per affermare una presunta verità; uno slogan che racconta di questa fatidica libertà che accende gli entusiasmi, ma spegne le nostre coscienze.

In questo senso per lungo tempo il romanzo di Orwell ci è apparso un’interpretazione fantasmagorica di una società ben lungi dai modelli di riferimento di fine secolo. Mentre il Novecento restava segnato dalle ideologie, il nuovo millennio sembrava aprirsi all’insegna della circolazione senza vincoli. Libero scambio formalmente scambiato per libertà!

Dunque, una rilettura attenta di 1984 non può che favorire una riflessione sulla contingenza, dimostrando quanto l’autore inglese abbia precorso i tempi, raccontando questo millennio globale fatalmente incatenato nelle maglie del digitale. Per certi aspetti le parole di Orwell hanno pre-annunciato la decadenza delle nostre esistenze precarie e parimenti dipendenti, soggiogate dal mito tecnocratico, futurista e avanguardista.

Di fatto nessuno è più capace di muoversi senza le indicazioni satellitari che, al di là del misero suggerimento, monitorano ogni nostro passo. Non siamo più in grado di andare in un ristorante senza aver letto prima le fatidiche recensioni. La curiosità, talvolta pungolo del nostro agire, ha lasciato il posto a inutili dettagli. Deviazioni decisionali. Non siamo più in grado di discernere il vero dal falso, perché poco affini al pensiero critico.
Allora chiamiamo il Legislatore a promulgare norme che ci proteggano dalla minaccia delle fake news. Ma chi ci protegge dalle false ideologie? Non siamo, forse, facili prede di populismi, preamboli accorti di antichi totalitarismi?  Non per tutti è così, d’accordo, si intravede qua e là qualche baluardo di rivolta, ma la minaccia della folle perversione umana resta una mina vagante. Come accadeva del resto nelle pagine del longevo romanzo.

Il capolavoro di Orwell immagina il mondo del 1984 suddiviso in tre grandi stati totalitari: l’Oceania, l’Eurasia, l’Estasia, tre potenze sempre in guerra fra loro. L’Oceania è amministrata secondo i principi del Socialismo e governata da un partito totalitario, definito il Partito che al suo vertice ha il Grande Fratello, un’entità sconosciuta in grado di controllare tutto e tutti grazie a telecamere e a microfoni distribuiti in ogni angolo del paese. Insomma niente privacy, nessuna legge a tutela, il libero pensiero un’utopia. L’umanità sembra aver cancellato ogni suo tratto, finché la memoria pungola il protagonista, Winston Smith, che comincia la sua personale rivolta contro il sistema, attraverso la stesura di un diario in cui sono descritte le nefandezze del governo.

L’ostilità silente di Winston trova un’alleata in Julia, una fanciulla con cui inizia una relazione amorosa. Situazione di ingente pericolosità visto che il regime ha messo un veto anche sul sesso, praticabile solo ai fini del mantenimento della specie. Una religiosa sottomissione. I due amanti verranno scoperti, minacciati e torturati fino al punto di cedere e tramutare il nobile sentimento in odio.

Dunque, Winston scoprirà la forza subdola del proprio istinto di sopravvivenza, un egoismo rafforzato dal senso di insicurezza che ben si appaga di falsi miti. Difendere, ad esempio, una carrellata di pseudo diritti che non fanno altro che amplificare la sfera dei doveri, uno fra tanti il dover sottomettersi a un potere regolatore. Così la collettività si adagia sulle proprie mistificazioni e, pur senza trionfi, segue i deliri altrui d’onnipotenza. Niente di più attuale… . Forse un monito che ci viene dopo 70 anni.

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