Nyt: una road map contro il giornalismo “noioso” (per “salvarci la pelle”)

Non è una novità: il mondo editoriale è in crisi. Nera. Sul banco dei testimoni di questo ineludibile verdetto è arrivato anche il più gigantesco dei giornali: il New York Times, la testata più importante del mondo, che si è data un imperativo: “Stop al giornalismo noioso“.

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Il gruppo 2020

Andiamo con ordine: il Nwt oramai da diversi mesi si è dotato di uno strumento insolito e interessantissimo: il gruppo 2020. Sembra un accordo sul clima, in realtà è una mini-taskforce di 7 giornalisti chiamati dal giornale newyorkese a tessere e intessere idee, progetti, linee guida per riuscire – banalmente – a sopravvivere. Si chiama “2020” perché per quell’anno (che dista non più di 1000 giorni da noi, val la pena ricordarlo) il gruppo editoriale ha messo in budget di riuscire a raddoppiare i propri introiti digitali, portandoli a raggiungere qualcosa come gli 800 milioni di dollari (al cambio attuale, anche se è parecchio soggetto a variazioni, fanno circa 750 milioni di euro). Obiettivo: sopravvivere…

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L’equazione: maggior qualità = maggiori introiti

Introiti digitali che si chiamano “pubblicità” e – soprattutto – “abbonamenti”. Ebbene: per il gruppo 2020, che ha su questo prodotto non molte settimane fa un documento parecchio espressivo intitolato “Journalism That Stands Apart” (“Giornalismo che si distingua”), questo risultato non può essere raggiunto se non aumentando la qualità dei prodotti giornalistici. Sin qui, pare un uovo di Colombo alquanto sodo, trito, ritrito, detto e ridetto. Non è così: perché l’equazione “maggior qualità = maggior abbonamenti” e quindi “maggiori ricavi” ha un sacco di incognite, una sequenza piuttosto avviluppata di “x”.

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Prima x = ne siamo sicuri?

La prima incognita, la prima “x” del nostro discorso, è banalmente questa: ne siamo sicuri? Siamo sicuri che a maggior qualità debba per forza corrispondere un maggior ricavo, e quindi maggiori introiti? Perché: siamo proprio sicuri che la maggior qualità sia percepita come tale dai lettori? Oppure, nella melassa mediatica in cui viviamo, la maggior qualità rischia di ritrovarsi annacquata in una esperienza informativa sempre più massiccia, massificata, eterogenea, complessa?

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Seconda x = come si fa?

La seconda incognita è: come si fa a produrre contenuti di maggiore qualità? Su questo, il gruppo 2020 dà le risposte più interessanti: in tempi di drastici tagli al bilancio in tutto il mondo editoriale mondiale, la maggior qualità si consegue “cercando di realizzare contenuti ad alto impatto e meno articoli che non siano in grado di distinguersi dal mucchio”. In pratica: “Dedichiamo un gran numero di risorse a storie che vengono lette relativamente da poche persone” dicono quelli del gruppo 2020, che proseguono: “È una perdita di tempo – per i giornalisti, per i redattori che si occupano della lavorazione del pezzo, per i copy editor, i photo editor e ad altri ancora – che annacqua la nostra attività giornalistica”. Quindi: bando al giornalismo “noioso”. Perché “Pare – si legge sempre nel documento – che le storie meno lette siano spesso quelle più “di servizio”, articoli di aggiornamento, solitamente con poco contesto, senza elementi visivi e che in larga misura non si differenziano dalla concorrenza”. Poco contesto, senza elementi visivi, non differenziati dalla concorrenza: quelli del “2020” ci vanno giù pesanti. Perché si basano su un assioma che affermano in maniera chiara e certa: “Internet è spietata con la mediocrità“.  Perché lo è? Perché c’è più concorrenza. Maggior possibilità di presidiare posizioni assunte e convenute.

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Terza x = come distinguerla?

La terza incognita è una diretta conseguenza della seconda: come si fa a riconoscere la qualità? Perché gli articoli che il gruppo 2020 ha bollato come “perdita di tempo, di risorse, di soldi” non nascono da direttori di giornali e giornalisti che si siano riuniti per dire: «Ehi, pubblichiamo un pezzo di servizio che aggiunga poco e che verrà letto da poche persone». Gli obiettivi sono generalmente più alti: si spera che magari l’articolo si addentri in qualche territorio ancora inesplorato o presenti la storia da una nuova prospettiva. Magari potrà innescare una successione di spunti che porterà a un nuovo articolo. Oppure potrebbe servire al giornalista stesso per dimostrare ad un uditorio anche piccolo il proprio interesse e la propria capacità analitica, in modo da poter poi giovare di questi valori acquisiti in occasione della pubblicazione di articoli più importanti.  Introdurre un qualsiasi divieto alla pubblicazione di articoli noiosi, quindi, può essere una cosa un po’ più complessa di come suona.

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Quarta x = siamo sicuri di conoscere così bene il nostro lettorato?

Inoltre: quella del gruppo 2020 sembra proprio una chiamata alla selezione degli articoli e delle notizie, per la quale varrebbe forse la pena di scomodare un termine abnorme come “censura”. E siamo veramente così sicuri di conoscere così bene il proprio lettorato scegliendo (censurando?) articoli che altrimenti definiremmo pubblicabili, in base ai presunti gusti di chi quegli articoli dovrebbe poi leggerli? E’ evidente: nessuno di noi pensa che ogni suo articolo sia memorabile e indispensabile. Ma la vita professionale di ogni giornalista è costellata di una miriade di articoli che nella propria testa erano meravigliosamente micidiali e, che poi, hanno generato meno traffico (meno letture, meno like, meno visualizzazioni) rispetto ad altri che avevamo – invece – autovalutato come “ora la pagina la riempio con ‘sta roba qua, così zittisco il caporedattore che mi chiede un pezzo”.

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Quinta x = siamo sicuri che sia qualità?

La quinta incognita della nostra equazione è la più difficile di tutte: siamo sicuri che la parola giusta sia “qualità”? E non sia: “Successo”? Cioè: se la qualità si dovesse davvero misurare per il numero di lettori che ogni singolo pezzo ha conquistato, allora il giornalismo non è più giornalismo: è social network. E’ Facebook che ci ha abituati all’equazione “Più Likes = Più bello”. E siamo sicuri al 100% di poter applicare questa medesima regola anche al fare giornalistico, ovvero a quell’attività che – più di altre – rende tale una democrazia? E’ ovvio, l’ho già scritto: nessuno sta qui a dire che ogni articolo che sia stato scritto sia epocale, indispensabile e insostituibile. Ma siamo sicuri che, in base a questo assunto, sia giusto chiamare i giornalisti ad una sorta di autocensura che travalichi il loro quotidiano lavoro di selezione, gerarchizzazione e presentazione delle notizie? So benissimo cosa state pensando: “E’ il mercato, bellezza”. E’ vero: ma siamo sicuri di volerlo, e siamo certi che sia una buona notizia che un gruppo di giornalisti (non editori, non investitori, ma giornalisti) della testata più grande, importante, influente e potente del mondo lo abbia messo nero su bianco? Una buona notizia non lo so, un fatto epocale di sicuro…

 

 

 

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Una risposta

  1. Simone Ballocci ha detto:

    Neanche ad averlo fatto apposta, giusto un giorno dopo questo articolo (molto autoreferenziale, forse è vero, ma spero cmq intertessante) ecco che esce il nuovo “L’Espresso” e la sua uscita viene spiegata, commentata, analizzata con un articolo che sembra scritto rispondendo a questo nostro… Eccolo qua, dategli una scorsa e commentate… http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2017/02/22/news/e-un-nuovo-inizio-per-squarciare-il-rumore-1.295861?ref=HEF_RULLO

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