Un volto ai naufraghi. Per lenire il dolore della perdita ambigua

“Il corpo di un migrante deve avere la stessa dignità di un corpo di qualunque altro” afferma Cristina Cattaneo, autrice del libro di recente pubblicazione Naufraghi senza volto – Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, edito da Raffaello Cortina.

Rispettare i morti è un atto di umanità e di civiltà. Ma c’è di più: identificare un cadavere significa risolvere quella parte del dolore insita nella “perdita ambigua”, che assale i vivi quando non sanno che fine abbia fatto il loro caro. Un tipo di dolore senza soluzione che può far perdere il lume della ragione. E degli oltre 30mila morti nel Mediterraneo negli ultimi 15 anni, i più sono ancora senza nome.

Cristina Cattaneo è professore ordinario di Medicina Legale dell’Università di Milano e direttrice del LABANOF (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense). Dal 2013 partecipa al progetto tutto italiano, svolto da 12 Università valendosi della collaborazione della Marina militare, Polizia e Ong, di identificare i morti in mare.  In particolare si occupano dei naufragi di Lampedusa avvenuti rispettivamente il 3 ottobre 2013 e il 18 aprile 2015. Dall’affondamento del primo si recuperano i corpi senza vita di 366 eritrei; 550 erano le persone partite dalla Libia.  Ancora più grande fu la tragedia del 2015, quando s’inabissò un peschereccio che portava oltre mille persone.

Il naufragio del 2013 risvegliò le coscienze su quel che accadeva nel Mediterraneo. Oltre 30mila persone firmarono la petizione formulata da Tareke Brhane affinché il 3 ottobre diventasse la Giornata della memoria e dell’accoglienza in memoria delle vittime delle migrazioni, approvata nel 2016 dal Senato italiano.  E in quello stesso anno i medici legali, i biologi, odontologici forensi, naturalisti sotto la direzione di Cristina Cattaneo, mossi dalla convinzione che ignorare i morti in mare, lasciarli senza identità significava perpetrare una violazione dei diritti umani, hanno dato vita al difficile progetto d’identificazione dei migranti affogati.

Il libro Naufraghi senza volto parla di questo: del forte senso civico, della battaglia civile condotta per realizzare il progetto, di cronaca e di verità scientifica. Da prima, racconta Cristina Cattaneo, lo scetticismo e le difficoltà pratiche erano inversamente proporzionali ai fondi pubblici. Tutto cambia dopo la tragedia del 2015, quando gli aiuti sono diventano portentosi ed è iniziata la collaborazione con le altre Università e con gli organi istituzionali. E di come tutto potrebbe rivolgere al peggio in questi tempi in cui il problema delle migrazioni non si affronta ma si rifiuta.

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