La vicenda umana e artistica di Antonio Ligabue narrata ed esposta al Vittoriano

Antonio Ligabue, autoritratto

Antonio Ligabue, autoritratto

Lo chiamano il pittore degli animali dei quali diceva: “Io so come sono fatti anche dentro”, sostengono che la sua pittura sia violenta per temi e colori, visionaria rappresentazione del dramma della sua anima e della sua mente che perdurò per tutta la vita.
L’esistenza di Antonio Ligabue, pittore e scultore considerato tra i più interessanti dell’arte del Novecento, fu segnata dalla malattia, dalla sofferenza e dalla solitudine.

Nato a Zurigo nel 1899, venne iscritto all’anagrafe con il cognome materno. Nel 1901 la madre si sposò con Bonfiglio Laccabue che riconobbe Antonio dandogli il proprio cognome. Ma il futuro pittore, da adulto lo cambiò in Ligabue, per l’odio che nutriva nei confronti del patrigno che considerava colpevole della tragica morte della mamma avvenuta nel 1913.

Antonio Ligabue, crebbe affidato a una coppia di svizzeri tedeschi, Johannes Valentin Göbel e a Elise Hanselmann, in ristrettezze economiche , come la sua famiglia di origine, e costretta dalla precarietà del lavoro a continui spostamenti.  Questo stato di cose, unito alle malattie di cui il pittore era affetto, il rachitismo e il gozzo, compromisero il suo sviluppo fisico, mentale e psichico.  Dopo diverse frequentazioni in varie scuole, dove non riusciva ad adattarsi sia per le difficoltà di apprendimento sia per le anomalie comportamentali, Antonio Ligabue nel 1917 venne ricoverato per la prima volta in un ospedale psichiatrico, a seguito di una violenta crisi nervosa.

Dimesso dall’ospedale Antonio tornò dai genitori adottivi, con i quali viveva solo per brevi periodi, perché iniziò a condurre una vita errabonda, che lo portava da un posto all’altro senza meta sopravvivendo facendo il contadino o accudendo alle bestie.

In Italia

Leopardo nella foresta, 1956-57

Leopardo nella foresta, 1956-57

Così visse fino al 1919, quando per l’ennesima denuncia della madre adottiva, Ligabue fu espulso dalla Svizzera, come soggetto violento e pericoloso e mandato in Italia, a Gualtieri (Reggio Emilia), perché patria d’origine del padre Bonfiglio e dove, dopo un primo tentativo di fuga, vi trascorse tutta la vita.

Accolto dall’ospizio di mendicità Carri, Ligabue riprese la sua vita randagia, spostandosi nei paesi della Bassa reggiana, mantenendosi come manovale o bracciante e dipingendo insegne e cartelloni per i circhi che giungevano in zona per le loro esibizioni.

Gli anni 20 furono decisivi per la pittura di Antonio Ligabue, già rivelata e riconosciuta nel periodo del primo ricovero in Svizzera, come riportato dalla cartella clinica nella quale si fa esplicito riferimento alla naturale e brillante inclinazione verso il disegno, soprattutto nel raffigurare gli animali, che diventeranno nel tempo uno dei soggetti che contraddistinguono la sua arte.
Il disegno, la pittura e la scultura, coltivate da autodidatta, erano per Ligabue una forma importante d’espressione e di comunicazione, erano la sua parola, giacché non veniva capito facilmente anche a causa del suo personale linguaggio fatto di tedesco, intercalato con espressioni locali, un sollievo per le sue inquietudini emotive e mentali, un modo per colmare la sua solitudine.

L’incontro, cercato e trovato da e con Renato Marino Mazzacurati

Il pittore accanto a uno dei suoi tanti autoritratti

Il pittore accanto a uno dei suoi tanti autoritratti

Dopo la seconda metà degli anni 20, lo scultore e pittore Renato Marino Mazzacurati, colpito dalle figure di animali dipinte sui muri del paese (Ligabue inconsapevole antesignano della street art) iniziò a cercarlo e lo trovò sulle rive del Po.  Gli insegnò la tecnica, l’uso dei colori e Antonio Ligabue acquistò padronanza del suo talento e decise di dedicarsi pienamente alla pittura, continuando, però, a vagabondare lungo il fiume.

Negli anni quaranta la sua arte acquistò complessità e colore.   Sono anni molto proficui, purtroppo segnati da un alternarsi di ricoveri (dal 1937 al 1948) presso l’ospedale psichiatrico di San Lazzaro di Reggio Emilia, per colpa di una sindrome maniaco-depressiva che lo portava ad atti di violenza verso se stesso o verso gli altri.  In quegli anni, fu aiutato da un altro artista Andrea Mozzali, che lo ospitò in casa, come fecero altri amici . Alternativamente soggiornava presso il ricovero di mendicità Carri di Gualtieri.

Sul declinare del decennio la critica si accorse di lui.  Iniziarono le esposizioni dei suoi quadri in mostre collettive e i riconoscimenti come il premio ricevuto alla Mostra nazionale del paesaggio reggiano nel 1949, per arrivare negli anni Cinquanta alle prime personali, nel 1955 a Gonzaga e nel 1961 a Roma.
Gli anni 50 per Ligabue furono molto prolifici sia per la pittura sia per la scultura, nella quale raggiunse una maggiore maturità, ma della quale rimangono poche testimonianze perché il pittore italo tedesco amava modellare le sue figura con la creta del Po, senza ricorrere alla cottura e, di conseguenza sono andate perse.

Nel 1962 venne colpito da una paresi. Dopo essere stato curato in vari ospedali, fu nuovamente accolto dal ricovero Curri di Gualtieri, dove si spense il 27 maggio del 1965.

La mostra al Vittoriano

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Esempio dell’arte scultorea di Antonio Ligabue

Ed è grazie anche al Comune e alla Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri, che dall’11 novembre 2016 è aperta a Roma, presso il Complesso del Vittoriano – Ala Brasini, la mostra “Antonio Ligabue”. Un’esposizione di circa 100 opere che si prefigge di mettere in evidenza l’attualità della produzione artistica del pittore svizzero-italiano.

Oltre ai quadri e alle sculture, la mostra propone 2 sezione: una dedicata alla grafica con disegni e incisioni e una riservata alla storia della vita di Antonio Ligabue.

Sotto il patrocinio dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano e con il patrocinio di Roma e Fondazione Federico II Palermo, la mostra è curata da Sandro Parmiggiani direttore della Fondazione Antonio Ligabue e da Sergio Negri, presidente del comitato scientifico.

L’esposizione proseguirà fino all’8 gennaio 2017.

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