#ioscrivoperché: la scrittura rende liberi (?)

#Ioscrivoperché ovvero, un tag. Come dire: una richiesta di pensiero. Su un’attività che, come abbiamo scoperto qualche settimana fa proprio qui su abbanews, piace un sacco ad un sacco di italiani.

E visto che, come abbiamo detto giustappunto in quell’articolo l’attività dello scrivere è un qualcosa che ci pervade, che ci invade e che a noi di abbanews piace da morire, eccoci di nuovo a parlarne raccontandovi l’esperienza social di un movimento d’anime e di pensieri.

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#Ioleggoperché

Tutto è nato quando a qualcuno venne in mente di coniare un hashtag che poi è diventato un successo: #ioleggoperché.  La corrente di pensiero che ne derivò convinse a farne un’identità seguitissima su Twitter e soprattutto un vero e proprio progetto di “sensibilizzazione alla lettura” con un proprio sito (www.ioleggoperche.it) e, soprattutto, con un’idea editoriale (coadiuvata proprio dall’Associazione Italiana Editori) dirompente: fare dei lettori dei veri e propri messaggeri, “micce” (come vengono chiamati sul sito) pronte a far esplodere la voglia di lettura nelle proprie vite aiutati e fomentati dalla pervasiva capacità di raccontare identità che ha la rete. L’idea, insomma, è quella un po’ dell’Avis per indurre e indire le persone con “I donatori sono come le ciliege – uno tira l’altro”.

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Ecco: in questo contesto nasce l’hashtag #ioscrivoperché. Perché ci si accorse, come abbiamo già raccontato, che lettura e scrittura possono e devono andare di pari passo. E ci si accorse soprattutto di quanto, con la self-pubblicazione, ovvero con la possibilità data dalla digitalizzazione della scrittura e da quella della lettura di essere ognuno l’editore di se stesso, la scrittura stia diventando sempre più un processo e progetto plausibile per moltissime persone.

#Ioscrivoperché

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Ed eccoci allora al punto di congiunzione con il nostro racconto: veniamo dalla parte degli scrittori. Che, come dicevamo, hanno affollato i social di risposte a questa provocazione narrativa. Risposte molto introspettive, che spesso raccontano una scrittura che nasce dal fondo del proprio esistere: “Io scrivo perché mi piace colmare il tempo e lo spazio di emozioni e vita” risponde ad esempio Eleonora Filely Russo; oppure: “Io scrivo perché viaggio aggrappata la dorso delle parole” afferma Rossella P. Insomma: la scrittura è raccontata come un processo personale. Un modo di creare. E di viaggiare. “Io scrivo perché è un suicidio intimo lasciare i sentimenti ingabbiati nel cuore… le parole su carta liberano l’anima dalla sua drammatica prigionia.. e scrivere diventa un ponte emozionale attraverso cui ogni brivido parte da chi esprime e arriva a chi riceve.. come fosse la poesia del più magico dei miracoli” scrive Silvana Feola, raccontando il processo del progetto, la vitalità dell’atto, il motivo personale del procedimento generale. “Io scrivo perché mi cura l’anima, butta fuori le infezioni” risponde Monika M. E dice una cosa interessantissima

La medicina: “Scrivere fa bene”

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Perché la qualità terapeutica della scrittura è un dato assodato e confermato. Supportato e suffragato da studi medici d’alta scuola. E non da ora: uno, infatti, dei più autorevoli studi sul tema fu compiuto nel 2005 da un’Università francese: i ricercatori avevano scoperto che buttare già qualche riga dalle 3 alle 5 volte nel corso dei 4 mesi di ricerca, spendendo ogni volta dai 15 ai 20 minuti, aveva fatto la differenza nel migliorare la vita delle persone analizzate sia in livelli di stress percepito, sia come livelli misurabili di salubrità, dalla pressione arteriosa al ritmo sonno-veglia.

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Soprattutto, in svariati ulteriori studi si è scoperto che scrivendo su eventi traumatici, stressanti o emotivi, i partecipanti a diverse rilevazioni avevano significativamente più probabilità di avere un minor numero di malattie e di essere meno colpiti da traumi. Non solo: uno studio neozelandese del 2013 ha dimostrato quanto la scrittura abbia fatto bene pure a guarire da ferite tangibili monitorando il comportamento e i tempi di recupero da biopsie medicalmente necessarie su 49 adulti sani. Il tutto perché, propongono le conclusioni di questi studi, l’attività dello scrivere serve a metabolizzare, a portare fuori da sé cose che abbiamo bisogno di vedere in maniera più tangibile, più oggettivabile.

Il trucco

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Insomma: la scrittura è quel procedimento, quell’atto, quella meraviglia che piace a moltissimi di noi. E che dovremmo probabilmente riscoprire. Perché non è ovviamente necessario diventare tutti romanzieri da domani, anzi: già adesso ci sono molte più pagine scritte che pagine lette in giro. Ma possiamo e dobbiamo trovare la via per scrivere con gusto e di gusto. Anche perché l’avanzamento tecnologico del nostro vivere sociale è andato in questa direzione: dagli sms in poi la scrittura è (ri)diventata uno strumento cardine, principe, diffusissimo e completissimo. Le nostre giornate, con i social, con le mail, con whatsapp, sono diventate molto più “scritte” di prima. E allora trasformiamo l’intercalare scritto da atto meccanico a fatto nostro e bellissimo. Il tutto, eseguendo un trucco che è contenuto in una risposta all’hashtag da cui tutto questo articolo è cominciato: “”La scrittura per me – scrive Homer Hickam – è un cammino di libertà, su cui tutto è possibile”: la scrittura, cari lettori, rende liberi. Non dimentichiamocelo mai…

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