I Tarocchi. Una lunga storia di arte, filosofia, gioco e esoterismo

Quando pensiamo ai Tarocchi ci viene alla mente l’iconografia classica della zingara che consulta queste strane carte disegnate per svelarci il nostro futuro. Magia, quindi, esoterismo. Ma non è sempre stato così. La storia dei Tarocchi, infatti, viene da lontano per geografia, tempo, significato e utilizzo.

A raccontarcelo è l’insolita quanto interessante mostra Tarocchi. Dal Rinascimento ad oggi in corso a Torino presso il Museo Ettore Fico, organizzata con la casa editrice Lo Scarabeo e curata da Anna Maria Morsucci,  che si protrarrà fino al 14 gennaio 2018.

Queste suggestive carte apparvero in Italia nel XIV secolo.   Probabilmente provenivano dalla cultura araba.  Il mazzo italiano era formato da ventidue carte decorate chiamate i Trionfi.  L’origine del nome prende svariate configurazioni. Per alcuni la denominazione si rifà al poema allegorico I Trionfi del trecentesco Francesco Petrarca, come testimonierebbero le immagini dei tarocchi che raffigurano le Amanti (Trionfo dell’Amore), la Temperanza (Trionfo della Castità), il Mondo (Trionfo dell’Eternità), l’Eremita (Trionfo del Tempo), il Giudizio (Trionfo della Fama): le 6 allegorie delle 6 forze che secondo Petrarca governano gli uomini. Una successiva vulgata vedrebbe l’origine delle immagine delle carte rifarsi ai carri trionfanti medioevali del periodo carnevalesco.

Nelle corti rinascimentali: un gioco etico e filosofico

Numerosi documenti rinascimentali assicurano invece che il gioco dei Trionfi o (Tarocchi) era molto in voga nelle corti rinascimentali (soprattutto del nord Italia): venivano usati per divertimenti di vario tipo, come inventare sonetti o rispondere alle più svariate domande secondo le carte estratte.

 È intuibile che i Trionfi all’origine avevano un uso molto diverso rispetto ai Tarocchi divinatori di oggi: un gioco sì ma a sfondo etico e filosofico, attraverso il quale l’uomo poteva intraprende un viaggio all’interno di se stesso, per conoscere meglio se stesso e il mondo che lo circondava.

Più verosimile invece che il numero del mazzo portato a 22 Trionfi spetti a Francesco Castracani degli Antelminelli, signore di Lucca (XIV secolo), ideatore di giochi ludici con i Trionfi.

Inizialmente composto da 8 allegorie, poi da 14, quindi da 16 per arrivare, finalmente a 22, corrispondenti al numero mistico della cultura cattolica, simbolo dell’iniziazione alla sapienza e agli insegnamenti divini. Una precauzione adottata per evitare la censura da parte della Chiesa che condannava i giochi a carte perché considerati d’azzardo.

Dai Trionfi ai Tarocchi, attraverso l’antico Egitto…

Agli albori del 1500, in un inventario della corte di Ferrara del 1505, appare per la prima il termine “tarocco” al posto di trionfo, coincidente però con il termine equivalente francese ‘taraux’, che a buon diritto ne reclama il  primato etimologico.

Ma è grazie ad un poeta, Francesco Berni – autore del Gioco della Primiera stampato nel 1526 – che apprendiamo che i Tarocchi avevano sostituito i Trionfi e il gioco da etico si era trasformato in ludico. Non esistono notizie certe del passaggio dai Trionfi ai Tarocchi: la teoria più accreditata è che i primi siano stati aggiunti alle normali carte da gioco italiane e abbiano subito varie evoluzioni nel tempo.

Dal XVI secolo ci sono pervenuti descrizioni di giochi molto simili alla scopa o alla briscola, dove i trionfi fungono ad atout, ossia comandano sulle carte numerate. I giochi dei Tarocchi continuarono nei secoli fino al XVIII, poi furono sopraffatti da giochi più moderni.

Ma sopravvissero nella variante “esoterica” che era subentrata alla fine del 1700, imposta ai tarocchi, per ironia della sorte, proprio dall’Illuminata Francia, per iniziativa di Antoine Coourt de Gébelin (illustrazione a lato), affiliato alla Massoneria francese, che affermava che i Tarocchi discendevano dall’antico Egitto, come dimostrava la stessa parola Tarocco, derivante, suo dire, dall’egizio Ta-Rosch, da cui i tarocchi indicavano proprietà magiche ed erano come le pagine del libro sacro.

Teoria sostenuta da un altro massone, Etteilla, pseudonimo di Jean Francois Alliette che, ritoccando le decorazioni dei Tarocchi, per riportarle – sosteneva – alla loro forma, le ribattezzò Libro di Thot. Per Etteilla i primi tarocchi contenevano il mistero dell’origine dell’Universo e, a saperle leggere, il segreto della crescita spirituale e fisica dell’uomo. I tarocchi entrarono dalla porta grande nella dimensione esoterica e la cartomanzia divenne presto una moda molto diffusa.

… si arriva alla Cabbala

Le Teorie del Libro di Thot continuarono ad essere fonte d’ispirazione. Alla fine del 1800 Eliphas Levi (foto accanto), occultista ed esoterista massone francese, riprese il Libro di Thot, corresse quelli che definì gli errori di Etteilla: affermò che i 22, oltre a rappresentare il simbolismo della Massoneria, i Trionfi corrispondevano alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico e, soprattutto con i 22 sentieri dell’Albero della Qabbalah (Cabbala). Spiegò come percorrere i 22 Trionfi; essi erano i “22 Canali della Sapienza Suprema” e per l’uomo significavano che la sua anima poteva raggiungere la contemplazione della “Luce Divina”.

Era nata, quindi, la cartomanzia che, fin dai tempi di de Gébelin e di Etteilla, divenne presto una moda. Ma tracce di cartomanzia si trovano già in documenti appartenenti alla corte spagnola del XV secolo ed è storicamente accertato che l’uso magico dei Tarocchi era molto diffuso nei secoli XVI e XVII. Documenti che testimoniano l’intervento dell’Inquisizione con provvedimento di divieto, ci portano a Venezia nel 1586 e a Toledo nel 1615.

Nella mostra al MEF, attraverso mazzi di carte, libri, stampe, documenti e materiale audiovisivo e applicazioni multimediali, grazie anche ad una app creata per l’occasione, si potrà ripercorrere la storia dei Tarocchi che, come abbiamo visto, è interessante ed intrigante quanto se non di più che consultarli per conoscere il nostro futuro.

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