Homo google ma sapiens? I confini della didattica digitale

Homo Google. Un ominide che cerca il proprio spazio in un un mondo in piena trasformazioneScrivere e fare di conto, un’educazione ultra-millenaria, come ci ricordano le prime forme di scuola organizzate della storia dell’umanità, quella dei Sumeri, in cui gli abili allievi imparavano a scrivere e a leggere l’ardua scrittura cuneiforme. Basi della formazione di ogni individuo, in questi ultimi anni sembrano essere minacciate da un uso improprio della tecnologia/servizi digitali.

Neuroscienziati come il tedesco Manfred Spitzer autore di Demenza digitale in cui evidenziava come l’uso dei nuovi media alteri facoltà cognitive e socialità, ora scrive Solitudine digitale in cui sottolinea come l’“immersione digitale” acritica diminuisca capacità quali l’empatia e l’autocontrollo. Il nostro Franco Ferrarotti, illustre sociologo, nel 2012 scriveva Un popolo frenetici informatissimi idioti, titolo quanto mai esplicativo.

L’interazione con il prossimo, l’abilità di captare il linguaggio non verbale, l’esperienza legata ai 5 sensi, autentiche bussole dell’intelligenza (in ogni sua piega)risentono, indiscutibilmente, della dipendenza digitale, un fenomeno da valutare, analizzare, senza stigmatizzarlo, ri-vedendo i parametri educativi che rappresentano le fondamenta della persona.

Il mondo della formazione, della sociologia, della psicologia e della comunicazione è al centro di dibattiti sul ruolo della pervasività digitale, croce e delizia dei tempi moderni. Pareri concordanti e discordanti che fertilizzano un humus educativo in piena evoluzione, come ci dimostrano le indagini dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) su un’ipotetica corrispondenza tra uso della tecnologia digitale online e di computer nelle scuole e miglioramento dell’apprendimento.

Miraggio digitale: non è solo una questione di accesso

Le indagini Ocse  (relative al 2015) a cui facciamo riferimento, si basano su un principio “percepito” per cui gli alunni delle scuole che usano in modo diffuso i computer, raggiungono migliori risultati educativi. In realtà, l’indagine mostra un effetto contrario alla credenza generale.

In Corea del Sud, Shanghai, Cina, i cui sistemi scolastici sono considerati avanzati e forieri di buoni risultati, le scuole fanno un uso minore di computer ed Internet a scuola. Singapore è ai massimi vertici delle scuole digitalizzate, nonostante l’uso quotidiano della tecnologia sia moderato.

In Cina, da quando è stato introdotto un software linguistico per la scrittura, i studenti mostrano una maggiore difficoltà nella lettura e nell’elaborazione cognitiva. Consideriamo che gli ideogrammi costituiscono una vera arte pittorica e la realizzazione di essi comporta uno studio attento ed articolato.

Stesso fenomeno si ritrova nello studio sul miglioramento del rendimento scolastico al fronte di un uso continuativo di Intenet. In nessun Stato analizzato, ad un uso frequente della rete corrisponde un miglioramento nel rendimento scolastico. Probabilmente dovuto anche alla tentazione del “copia e incolla” che blocca ogni forma di apprendimento e di elaborazione intellettuale.

Andreas Schleicher, Direttore del Dipartimento di Istruzione e Capacità dell’OCSE, mette in guardia dall’abitudine degli studenti di copiare i loro compiti da Internet. Tuttavia sostiene che i risultati della ricerca non devono essere considerati “una scusa” per non usare la tecnologia, ma uno stimolo per trovare un approccio più efficace come i libri di testo digitale, ottimo esempio di come la tecnologia online possa integrare i metodi tradizionali.

L’indagine OCSE si basa su dati i oltre 40 stati, la maggior parte in Europa, Asia e Sud America su come gli adolescenti usano la tecnologia online. Lo studio evidenzia differenze significative su come gli adolescenti trascorrano il loro tempo online e suggerisce che la nuova tecnologia non sempre è un fattore di inclusione che abbatte le divisioni sociali.

Il miglioramento che può derivare da un uso formativo del web si riflette in modo sostanziale su chi ha già la capacità di elaborare le informazioni e selezionare i dati raccolti e non dal mero accesso all’oceano digitale. Atteggiamento direttamente collegato allo stato socio-economico delle famiglie.

Un pari accesso non implica pari opportunità e la mancanza di familiarità con un uso educativo di Internet potrebbe avere delle conseguenze negative sia per la crescita formativo-professionale dell’individuo.

Una condizione che si riscontra anche tra paesi: nei paesi più abbienti, come quelli del Nord Europa, i giovani utilizzano la rete più per scopi informativi che per giocare o socializzare. Tra cui Finlandia, Islanda, seguiti da Estonia, Norvegia e Slovenia, oltre alla Danimarca, Hong Kong, Polonia, Germania e Singapore.

Il Regno Unito che non ha preso parte, come campione per i diversi usi di Internet, ma per l’accesso, presenta pari utenti sia abbienti che meno abbienti. Nei paesi del Nord Europa, Olanda, Svizzera e Hong Kong, i giovani hanno uguale accesso ad Internet, sia nei quartieri poveri che ricchi.

In paesi meno agiati, come il Vietnam, Indonesia, Messico e Perù in cui l’accesso ad Internet è meno diffuso tra le famiglie con disagi economici, la scuola svolge un ruolo importante nell’assicurare ai giovani un accesso alle informazioni e alla comunicazione in senso lato.

L’indagine ribadisce come sia necessario ampliare l’accesso alla rete, ma ancora di più, rafforzare le capacità di scrittura e lettura degli studenti: “Assicurare che ogni bambino raggiunga un livello base di competenza nella lettura e scrittura, crea maggiori opportunità in un mondo digitale che diffondere o sovvenzionare l’accesso a dispositivi e servizi ad alto contenuto tecnologico “.

Risultati, considerate semplicistici, da Mark Chambers, direttore del Naace, organo inglese che supporta l’uso dei computer nella scuola, che sostiene come sia irrealistico ridurre l’uso della tecnologia nelle scuole, anziché rendere le scuole leader in questo campo: “Non si dovrebbe scegliere tra alfabetizzazione digitale e “analogica”, ma ricavare mutuo beneficio da entrambe le modalità formative e non retrocedere all’epoca vittoriana”.

Anche il Mit dubita

A maggio del 2016, il Dipartimento Economico del MIT (Massachusetts Institute of Technology ), élite dell’insegnamento tecnologico, ha presentato lo studio Impact of Computer Usage on Academic Performance di Susan Payne, Carter Kyle Greenberg, Michael Walker”.

Uno studio accurato sul rendimento dei singoli studenti durante il semestre del corso introduttivo di Economia presso West Point, Accademia Militare degli Stati Uniti. Gli esami finali del corso hanno mostrato un punteggio del 18 per cento inferiore nel gruppo che durante le lezioni aveva accesso libero ad Internet tramite tablet e computer, rispetto al gruppo nelle cui lezioni, l’accesso alla rete era stato ridotto.

I ricercatori evidenziano che lo studio si concentra sul rendimento individuale dello studente durante un semestre accademico e non considera l’impatto complessivo del digitale su una classe. Quindi si sforza di isolare il fenomeno causa-effetto dell’uso indiscriminato della rete sulla formazione individuale della persona e non della valutazione di una singola performance.

Libri “rafforzati”: strumenti di potenziamento didattico

I ricercatori del Mit non negano l’importanza di supporti informatici per migliorare e sperimentare il sapere attraverso i libri di testo digitale che permettono di inglobare video, foto, ipertesti ad articoli importanti, creando così un sapere rafforzato.

Tuttavia dimostrano come l’uso della tecnologi in modo indiscriminato senza programmazione, indirizzo e disciplina cognitivo-emozionale, non presuppongono un valore addizionale alla formazione.

Nelle scuole italiane da qualche anno è in atto il progetto Book in progress, promosso dal dirigente scolastico Salvatore Giuliano dell’Istituto “Ettore Majorana” di Brindisi che ha dato vita a un’editoria scolastica “domestica” in cui ogni libro è interamente realizzato grazie alla collaborazione di docenti della scuola secondaria di secondo grado. Ogni libro ha una versione cartacea e digitale. I contenuti sono  pensati al fine di facilitare e migliorare l’apprendimento degli studenti.

Che il digitale sia un punto di non ritorno nella comunicazione e informazione quotidiana è un dato incontrovertibile. Pensiamo solo alla crescita esponenziale che ha registrato Google con la presenza della modella brasiliana Giselle nella giornata di inaugurazione delle Olimpiadi: un incremento del 1.850% nell’uso del motore di ricerca. Ma i dati sopra indicati, un’infinitesima parte delle ricerche in questo settore, impongono una riflessione socio-culturale e didattica.

Come per ogni mezzo tecnologico e non, l’uso consapevole è la prima capacità da acquisire. In questi ultimi anni, sia a livello privato che nazionale aumentano i corsi di coding nella scuola primaria e secondaria; vale a dire corsi di alfabetizzazione del linguaggio informatico. Un’attività che non si può sottovalutare per potenziare la responsabilità e la conoscenza del mondo che ci circonda.

Uno dei mantra didattici e formativi non è forse l’apprendimento delle lingue? Ebbene, in una società così digitalizzata e “digitalizzabile”. non può escludere dal programma curriculare, gli elementi base del linguaggio di programmazione.

L’uso superficiale e puramente di intrattenimento degli smartphone non favorisce l’uso della mente, combinate all’esperienza emozionale e psichica, ma una condanna tout court del mezzo non fa che polarizzare comportamenti e atteggiamenti.

La televisione cattiva maestra di Popper è al pari dell’uso smodato dello smartphone, cattivo maestro, la cui nocività è “potenziata” dalla sua onnipresenza. All’homo videns di Giovanni Sartori si sovrappone l’acritico homo Google che richiede un’ adeguata gestione. Senza abbandonare il pensiero critico e l’intelligenza emotiva, la via da percorrere è proprio quella dell’integrazione, dell’accoglienza del nuovo, ma con gli strumenti che ci permettono di gestirlo e non di subire passivamente una società di “selfie” e “mi piace” etero-indotti.

Come abbiamo raccontato nell’articolo Videogioco dunque apprendo, il coinvolgimento digitale con una valenza formativa (implicita o esplicita) svolge un ruolo educativo e ludico al tempo stesso.

Parallelamente alla potenza della tecnologia digitale che ci permette di oltrepassare la conoscenza sino ad oggi esplorata, raggiungendo confini scientifici e artistico-tecnologici indicibili, è necessario potenziare e rafforzare il legame dell’uomo cono la natura, lo sport, la musica, le arti, la scrittura, il contatto con l’aria, con gli alberi, memoria storica della terra.

Suggerire, ispirare è questo il compito essenziale del docente, del genitore, dell’adulto, on e off line.

 

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