Il design è oggettivo, lo stile è personale. Parola di artista

Un recente articolo di Style (magazine del Corriere della Sera) Business by design evidenzia come le aziende più avanzate per rimanere leader nel loro settore ed entrare in maggior contatto con i consumatori (mantra del terzo millennio) investono sul design. Una parola, un mestiere, un’arte che aprono scenari vasti e profondi, come ci mostra Federico Cecchin, designer, grafico, illustratore, web designer, eccezionale caricaturista, disegnatore in 3d.

Federico incontra il mondo del disegno molto presto, la zia è un’illustratrice di fumetti, il padre un disegnatore; mitiche riviste come Lanciostory o Scorpio e simili popolano la sua casa quanto la sua immaginazione; non ricorda un momento della sua visita in cui non ha disegnato o non ha desiderato farlo. Conversare con Federico è come una pennellata veloce, personale, che, con pochi tratti, delinea l’espressività celata o manifesta dell’universo che ci circonda; ne rimani coinvolto, liberamente e giocosamente intrappolato.

Federico, nella mia professione incontro tanti giovani affascinati dal mestiere artistico del fumettista. Quali sono le caratteristiche (potenziali o in essere) in questo campo?

Trovare un proprio stile che deve piacere; studiare sì, tanto e in ogni campo: storia dell’arte, letteratura… avere un acuto spirito di osservazione, grande umiltà, guardare gli altri con occhio benevolo, non per criticarli, ma per apprendere e poi esercitarsi ogni giorno; la pratica è fondamentale, la pratica come disciplina formativo professionale. Le competenze multidisciplinari sono il pane quotidiano del professionista. Pensiamo per esempio a quanto creativo possa essere il viaggio, ovviamente sempre se si è predis-posti all’osservazione e all’ascolto.

Dunque, non solo scuola, verrebbe da dire. Ce lo conferma?

Le scuole di design sono la base della formazione ovviamente, ma la figura del design si forma non solo attraverso lo studio, ma attraverso un’ampia curiosità culturale, intellettuale, emozionale. Disegnare richiede molto tempo

L’elemento essenziale è la ricerca, trovare il proprio stile. Ovviamente ci vogliono anni, ma è l’approccio che conta. Io ho sperimentato ogni azione, ricalcalcavo (ci ricordiamo come si ricalcava ndr), copiavo i disegni di altri; ci sono stati momenti in cui volevo mollare tutto, non vedevo orizzonti davanti a me, ma poi ha sempre prevalso la mia passione e l’esercitazione quotidiana, la sperimentazione.

Un’arte finora considerata “minore” in Italia ma che è in piena espansione sia come diffusione che come “dignità” artistica. Disegnare richiede molto tempo. Autori come Scott McCloud che spiega a fumetti come creare i fumetti, incoraggiano il “mestiere”.

Il trovare il proprio stile è forse l’obiettivo di ogni persona in formazione, intendendo per stile, un personale modo di essere sia nel lavoro che a livello esistenziale, ancora di più in campo artistico, come definirebbe il suo?

Io sono figlio degli anni ‘70 anagraficamente e mi ci ritrovo anche nello stile; amo la linearità, grafici come Alan Ford rispecchiamo il mio mondo grafico;  provengo dal design e dalla grafica pubblicitaria, concentro e raccolgo tutte le mi forze per arrivare ad una sintesi: velocità e concetto che traduco in forma grafica.

Un’arte, la sua, che può anche facilitare la comprensione sia a livello didattico che in ambito aziendale, giusto? Mi affascina e non solo a me – altrimenti non avrebbe valore – la facilitazione grafica, in che cosa consiste esattamente?

La facilitazione grafica, attraverso il disegno spiega la complessità; illustrazioni che decodificano linguaggi settoriali o particolarmente complessi a livello concettuale, vengono tradotti e offerti in forma grafica. Per esempio, a scuola si può ridurre il disagio che nasce da difficoltà di apprendimento (difficoltà a leggere, a scrivere., a concentrarsi…) o semplicemente dalla metodologia stessa dell’insegnamento, con la facilitazione grafica si facilita la comprensione del concetto, si traduce in disegno la complessità concettuale. Lo stesso discorso si può trasferire in ambito aziendale, in convegni, riunioni, corsi di formazione.

Come si riesce a compiere la “traduzione simultanea” di concetti appartenenti ai campi più diversi? Immagino che si debba conoscere almeno sommariamente la tematica o le tematiche che si intende/intendono facilitare graficamente? Sentirne parlare arreca già un balsamo per la mente, rispetto alle spigolosità che ognuno di noi si trova ad affrontare in un ambito professionale o formativo.

L’illustrazione richiede un’accurata ricerca filologica, uno studio del contesto ambientale; prima di ogni prestazione è necessario studiare, in-formarsi, fare ricerca, a cui si accompagna inevitabilmente una buona componente di improvvisazione. Di solito, per esempio, al livello aziendale chiediamo le dispense delle presentazioni di un determinato evento, anche se molti relatori vanno a braccio e pertanto in quel caso, la variabile improvvisazione acquista un tasso molto più elevato. Tuttavia bisogna possedere una conoscenza sommaria dell’ambiente in cui si opera e condire la propria preparazione con l’estemporaneità.

Il mondo tecnologico, in particolare in questi ultimi anni,  è ri-volto alla realtà virtuale applicata in ogni campo, da quello artistico a quello imprenditoriale, a quello medico, a quello militare: come si pone lei rispetto a questa simulazione tridimensionale di una realtà che non esiste?

Mi sono avvicinato alla realtà virtuale negli anni ‘90 del secolo scorso, quando ci fu un boom a cui non seguì una conseguente ingegnerizzazione di prodotti e servizi poiché non esisteva ancora la tecnologia adatta. Attualmente, me ne occupo nel campo del disegno.

Ho investito da ogni punto di vista in questo settore, acquistando l’attrezzatura necessaria (casco professionale, computer molto potente…), sono stato in America, ho preso contatti con sviluppatori americani, approfondendo anche la mix reality: sei all’interno di un mondo virtuale: green screen; ora programmo a livello di spettacoli.

Per un artista la realtà virtuale è qualcosa di incredibile, significa stare a contatto quasi materico con il processo creativo; un’immensa e sistematica fonte di ispirazione. Incentiva l’artista a migliorarsi, a comprende il disegno in ogni sua sfaccettatura. Si può disegnare nello spazio e stampare in 3D la propria opera. Un sogno che diventa realtà. Ad oggi il settore d’uso più conosciuto è quello del videogame.

Inoltre, non dimentichiamo che la realtà virtuale può svolgere un ruolo essenziale per le persone con disabilità. Design, tecnologia e ingegneria insieme per potenziare la vita dell’essere umano.

Ho saputo che lei, inoltre, è conosciuto per la sua eccellente abilità sia per velocità che per maestria a realizzare le caricature, in particolare durante i matrimoni. Quale è il suo rapporto con la caricatura e il legame che la unisce ai fiori di arancio? Apparentemente sembrerebbe un binomio disarmonico.

Il mio rapporto con la caricatura si perde nella notte dei tempi. Ho iniziato a disegnare le caricature in contesti di volontariato; ero volontario della Caritas Baby Hospital a Betlemme di altre associazioni, disegnavo durante gli eventi per scopi benefici; sono sempre stato ossessionato dai volti, ma in senso benevolo. Per me la caricatura non è la de-formazione dell’aspetto fisico, puntando o estremizzando un ipotetico difetto fisico, bensì si tratta di cogliere un aspetto divertente, piacevole della persona.

Quando lavoravo alla radio Lifegate, inventai il moto “Donati un sorriso per donare un sorriso ad un bambino” partecipando ad eventi benefici, promossi dalla radio; l’80% del ricavato lo donavo ad associazioni di Pordenone, mia città natale. Così in quegli anni di volontariato, acquisì una notevole pratica e rapidità di tratto; iniziai a pensare a farne un lavoro e così approdai ad un oggetto celebrativo che non mi ha mai convinto: la bomboniera. Così proposi ai promessi sposi, di donare agli ospiti, una caricatura invece di una bomboniera. Mi sono così sostituito alla bomboniera.

Che cosa è la caricatura per lei?

La caricatura è quello che c’è dentro di noi, ciò non si vede, dentro e dietro di noi. Si cerca di vendere il bello delle persone, il lato nascosto positivo; inoltre c’è da dire che nei matrimoni spesso le persone diventano altre; non sono quello che sono nella realtà, parlano di cose di cui non sono soliti, e sono molto più aperte verso l’esposizione; pertanto diventa facile ritrarle ed individuare il loro lato celato; ‘rapisci’ con naturale disimpegno la loro personalità.

In pochi tratti, si possono sintetizzare le caratteristiche. Anche qui il mio stile si è evoluto e personalizzato nel tempo, con la maturità, con la sensibilità che deriva dall’età e dall’esperienza. Nel passato ho fatto piangere più di un bambino. La ricerca dello stile non è esente da danni collaterali.

Ritorna il concetto di sintesi, fondamentale per il design, ma che che cosa è il design?

Il design è un piacere obiettivo, una determinata linea è bella in quanto tale, così come una determinata forma. Una modalità di leggere e interpretare il mondo materiale ed immateriale.

Come si fa a non innamorarsi del design? (ndr).

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