Dante. Il figlio della lingua nella Selva Oscura

In occasione del Dantedì, che si celebra il 25 marzo, giorno in cui dovrebbe essere iniziato il ‘viaggio divino’ del vate, Luigi Spagnolo commenta e legge il primo canto dell’Inferno, rispondendo alle domande degli spettatori. Evento su Facebook: Nella Selva Oscura: canto prim0.

Luigi Spagnolo, professore Associato presso l’Università per Stranieri di Siena, settore, Lingistica italiana, studia Dante da molti anni e, in vista del settimo centenario della morte del Sommo Poeta del prossimo anno, sta collaborando con la Treccani per  Nuove letture dantesche: 12 canti, da pubblicare sul loro portale nell’arco di due anni.

In occasione della giornata dedicata a Dante, abbiamo avuto la possibilità di intervistare il Prof. Spagnolo che attraverso una lettura ed interpretazione, tanto filologiche quanto appassionate, getta una luce intensa e profonda sul valore universale e particolare di colui che ha cantato “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Che cosa rappresenta, secondo lei, la Divina Commedia nel panorama letterario nazionale e internazionale sia a livello educativo che culturale?

Il poema dantesco è divenuto subito un classico della letteratura occidentale, e in seguito mondiale, perché consente ai suoi lettori di confrontarsi con la morte e con il destino individuale e collettivo in modo originale, lasciando che siano i personaggi (dannati, penitenti, beati) a presentare se stessi, e inserendo il protagonista-narratore in un percorso di redenzione (dalla selva oscura all’Eden), tale da garantire l’immedesimazione.

La fede di Dante non è nemmeno oggi divisiva, nel senso che il suo cristianesimo è comunque critico, temperato dalla conoscenza della filosofia aristotelica, dello stoicismo e degli scrittori latini (in particolare, Virgilio, Ovidio, Lucano, Seneca).

Nella Divina Commedia (o Comedìa, titolo originario) si realizza una sintesi poderosa dell’intero Medioevo e, direi, dello stesso cristianesimo, che poi andrà incontro a un progressivo declino. Dante, politicamente, è un vinto, non solo per la sua condizione di esule, ma per gli ideali coltivati: la monarchia universale e la perfetta separazione dei due poteri, spirituale e temporale. Eppure l’utopia dantesca continua a lavorare sotto traccia nel corso dei secoli, per non parlare della componente apocalittica, sempre viva nelle coscienze.

Quali sono gli elementi letterari, psicologici e socio-culturali che sostanziano l’unicità di Dante?

Dante andrebbe chiamato il figlio della lingua, anziché il padre: la sua esaltazione dell’idioma materno è sincera, appassionata e unica nel suo genere. Grazie a lui l’italiano antico dispiegò tutto il suo potenziale, attraverso un incessante sperimentalismo, che però riguarda forma e sostanza insieme.

Prendiamo, ad esempio, la riscrittura del Roman de la Rose, la corona di sonetti del Fiore, giustamente attribuita a Dante da Gianfranco Contini: un Dante giovane (secondo me) riesce a trasformare il monstrum enciclopedico della Rose in un’agile narrazione in versi, che esalta l’amore carnale e denuncia l’ipocrisia e i vizi del tempo.

Per quanto riguarda il Dolce Stil Novo, la definizione che Dante stesso ne dà nell’incontro con Bonagiunta da Lucca (Purgatorio XXIV) è ancora valida: una poesia non di maniera, in cui il contenuto emotivo sia tutt’uno con la forma, come un’impronta individuale.

In effetti, se leggiamo un sonetto di Dante (magari della Vita nova) e poi uno del suo ‘primo amico’, Guido Cavalcanti, notiamo differenze di stile e di sensibilità, ma simile è la capacità di mettere in versi l’esperienza amorosa nella sua unicità.

Se vogliamo addentrarci nei meandri della psiche di Dante, possiamo dire che il lutto è alla base della sua profonda maturità, fin dalla giovinezza: egli infatti perde la madre, Bella, da bambino (forse intorno ai sette anni), e quando il padre si risposa, si ritrova una matrigna, monna Lapa; nelle dinamiche della Vita nova, è proprio la mancata elaborazione del lutto a innescare il conflitto fra la memoria di Beatrice e l’amore per la donna gentile.

E che cosa fa Dante dopo l’esilio? Abbandona la composizione di due trattati (il Convivio e il De vulgari eloquentia) per resuscitare Beatrice e giungere con lei fino all’Empireo.

Sul piano socio-culturale Dante è un autodidatta, figlio di un cambiavalute (secondo alcuni, un usuraio); non sarà mai un Petrarca, anche nell’errare tra le corti, perché non è abbastanza opportunista: basti pensare alla dedica della terza cantica al signore di Verona, Cangrande della Scala, scomunicato da Giovanni XXII il 6 aprile 1318.

Può raccontarci in breve come si è formato nel tempo il suo percorso da dantista?

Devo dire che al liceo Dante non mi piaceva. Pur avendo un ottimo commento (il Sapegno, ancora insuperato), non riuscivo ad apprezzare la lettura dei canti perché la mia docente imponeva riassunti, schemini, dettati, che noi dovevamo ripetere quasi a pappagallo.

All’università ho potuto, finalmente, rivalutare la Comedìa in tutta la sua complessità, a partire dai problemi testuali: per questo devo ringraziare Letterio Cassata, dantista di vaglia, che mi ha insegnato a dubitare di tutto, anche e soprattutto delle mie stesse intuizioni, sottoponendole sempre a controlli e verifiche. Poi, nel corso delle mie ricerche sulla tradizione del poema, mi sono imbattuto in un codice molto interessante, il Palatino 319, che può dare un prezioso contributo alla nuova edizione critica, cui lavoro da tempo.

Quale metodo reputa sia più efficace per formare gli studenti e le studentesse nel modo più adeguato duranti gli anni della scuola secondaria di II grado, a prescindere dalla conoscenza pregressa dell’italiano e della letteratura dei singoli studenti?

Consiglio di evitare un insegnamento astratto, svincolato dal testo. La lettura diretta è l’unico modo per assimilare un testo e un autore. Anche brevi letture possono essere utili, purché complete, ovvero con parafrasi, spiegazione di parole distanti dall’italiano contemporaneo, contestualizzazione, note metriche e retoriche; ma soprattutto bisogna trasmettere agli studenti la ragione psicologica ed estetica dell’opera studiata.

Al di là della lettura antologica della Comedìa, io consiglio la lettura integrale, con parafrasi, del prosimetro su Beatrice: la Vita nova, infatti, può attirare l’attenzione degli adolescenti e riservare piacevoli sorprese.

Quale è il lascito fondamentale di Dante nella lingua italiana sia a livello strutturale che lessicale?

Come ho detto prima, Dante ha lasciato ai posteri un patrimonio lessicale, sintattico e prosodico che ha continuato ad agire fino al Novecento e ai giorni nostri. Non si tratta solo di frasi fatte, citazioni o rime memorabili. Sul Manifesto del 19 marzo scorso ho letto «Cile, più che il governo poté il virus»; Ugolino è lì, nella mente di chi scrive e di chi legge, ma governo e virus sono altra cosa rispetto a fame e digiuno. Ancora: posso scagliarmi in un’invettiva contro l’Italia senza pensare al bordello del sesto del Purgatorio? Quale astronomo, anche il più ateo, resiste alla tentazione di distinguere tra la legge di gravitazione universale e l’ultimo verso della Comedìa («l’amor che move il sole e l’altre stelle»)?

Il suo canto preferito?

Sarò banale: il quinto dell’Inferno. A distanza di sette secoli, il suo potenziale è ancora intatto, perché presenta un dramma che travalica la morale sessuale contingente: la passione di Paolo e Francesca è incontenibile, li travolge entrambi, e questa percezione è sempre attuale, l’amore come forza che ci fa sentire vivi (con la sua insostenibile leggerezza) proprio mentre ci trascende e ci soggioga.

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