Cesare Maestri. Il ragno delle dolomiti ancora intrappolato tra “lato est, ovest o nord”

Fare zapping,  saltare rapidamente da un canale all’altro è un movimento che il tuo dito compie velocemente e sembra che il telecomando lo faccia in autonomia.  Forse è più difficile per il tuo cervello captare le immagini che scorrono sullo schermo, e solo dopo qualche secondo ti si riflette come in uno specchio un viso che sai di aver già visto in passato. È lui? È la domanda che ti fai.

E quando sei certa di non sbagliare ti si apre una parentesi della tua vita passata, di quella vacanza, nel 1965, trascorsa a Madonna di Campiglio. Già quel viso, con quella folta barba bianca, molto somigliante ad un babbo natale, non è lo stesso della foto che invece tu conservi in un cassetto, ma corri in ogni caso a cercarla.

Fai un po’ i conti, e sì, cinquantatré anni sono trascorsi e sono proprio tanti, eppure il timbro di quella voce è lo stesso, e l’intervistatore del programma televisivo Persone non fa altro che presentarti quell’uomo del quale tu ricordi molto, specialmente quelle rughe profonde intorno gli occhi che sprizzavano lo spirito della montagna.

Nato tra i monti, cresciuto tra pinete e valli, Cesare Maestri è stato e resta per tutti “il ragno delle Dolomiti” Un alpinista arrampicatore eccezionale e per quei tempi d’avanguardia, autore di quasi 2000 scalate in solitario. Farsi raccontare la sua vita è come conoscere da vicino tutti i segreti delle nevi, dei ghiacciai e delle rocce che lui ha sempre affrontato rispettando la natura e la bellezza di quel mondo quasi irraggiungibile dai poveri mortali.

Ricordo la sua cordiale disponibilità nel raccontare le sue imprese, la raccomandazione di quanto sia necessario andare in montagna con cautela per non correre rischi inutili. Quelle brevi ore trascorse al tavolo di una pensione posta al centro della piazzetta principale di Campiglio, e con la mia richiesta di poter scattare una foto, che lui permise educatamente, sono ancora stampate nella mia memoria.

Quindi con grande attenzione ho seguito l’intervista che ha rilasciato a Rai tre e, come previsto prima del termine è stato toccato l’eterno argomento che lo perseguita dal 1959, quella scalata del Cerro Torre, che molti esperti continuano a considerarlo un rebus non risolto. Vale la pena parlarne ancora?

Nel gennaio del ’59, dopo un tentativo fatto in precedenza (anche che da Walter Bonatti e Carlo Mauri), Maestri con Toni Egger e Cesare Fava, organizzarono quella spedizione e, secondo quanto raccontato e descritto da Maestri e Fava, la cima fu conquistata il 31 gennaio. Purtroppo nel discendere Toni Egger, a causa del terreno difficile e valanghivo, fu travolto da una slavina e precipitò (il suo corpo fu ritrovato nel 1974).

Cesare Fava, che era rimasto appollaiato nel ghiacciaio sottostante, disse, a più riprese, che solo dopo 6 giorni riuscì a rivedere vivo l’amico, anche se era in stato confusionale e in condizioni precarie. I più definirono l’ impresa impossibile, anche perché coloro che ripercorsero quella scalata non trovarono tracce del passaggio dei tre italiani.

Per confermare la sua verità sulla conquista del Cerro Torre, Maestri vi tornò 11 anni dopo e aprì una via chiamata del Compressore. Da quel momento le polemiche non si sono mai fermate e le molte pubblicazioni fatte sul Cerro ‘mito della Patagonia’ non hanno fatto altro che alimentare la convinzione che Maestri avesse detto una bugia.

Così Ermanno Salvaterra, Rolando Garibotti ed altri alpinisti di fama internazionale continuano ad affermare che l’ascesa poteva essere stata fatta solo dal lato ovest, anche perché alcune foto pubblicate lasciano a disposizione del lettore varie interpretazioni. Perché trasformare la storia di un’impresa, comunque grande, in una battaglia personale a danno di un grande scalatore?

Alla domanda postagli se avesse mai conosciuto che cosa era la paura, Maestri ha risposto: “ Se non hai paura non hai nemmeno coraggio, ed il coraggio è la sola forza che ti fa arrivare in fondo ad ogni cosa”.  E quando gli è stato chiesto  il ricordo più bello che porta nel cuore, con voce velata dal pianto, ha detto: “ Il mio amico Toni, anche se il giorno più lungo e maledetto della mia vita è stato proprio quello nel quale l’ho perso.”

Amare la montagna non vuol dire essere esperti di scalate od arrampicate di primo grado e così non ci resta che rifugiarci in un ” non comment” sull’argomento del Cerro Torre, lasciamo agli esperti le diatribe passate, presenti e future, noi desideriamo solo che un uomo, e che uomo, nella sua vecchiaia non debba sentirsi chiuso in una stanza ed essere caricato ancora dal dilemma: lato est, ovest o nord.

Lui lassù c’è stato, questo è inconfutabile. Lasciamo stare: è inutile  continuare a porgli domande, la sua risposta sarà sempre la stessa. A noi piace ricordarlo con i suoi scarponi chiodati, i calzettoni pesanti di lana bianca, i pantaloni alla zuava e quel sorriso che non manca mai su un volto, cotto dal sole, di chi ama la sua montagna, la neve, i ghiacciai e quelle rocce che lui accarezzava e ritiene compagne della sua vita.

Fotografia dall’alto: 1) Cesare Maestri, secondo da sinistra fotografato nel 1965 da Maria Teresa Sanguineti, autrice dell’articolo; 2) Cesare Maestri oggi

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