Cari fanatici siete vecchi quanto il mondo

Torna in libreria Amos Oz e lo fa riprendendo e approfondendo un tema universale e di stringente attualità: il fanatismo.

Se Contro il fanatismo – scritto dal romanziere israeliano nel 2002, all’indomani, quindi, dell’attentato alle Torri Gemelle di New York del 2001 – Amos Oz ci induceva alla soluzione del problema con l’applicazione del compromesso, in Cari fanatici (ed. Feltrinelli, traduzione di Elena Loewenthal), alla luce della cocente attualità, il pensiero e le riflessioni dell’autore si spingono oltre,  per offrirci sia un’accurata analisi del fanatismo,  dei fanatici, dei suoi accoliti e “sui modi per tenerlo a freno”, sia un’acuta considerazione della società contemporanea.

 Non è una questione fra ricchi e poveri. Né fra Occidente e Oriente. È solo fanatismo

Inizia sgombrando subito un’idea comune. Gli attacchi terroristici degli ultimi anni, scrive Oz, non sono figli del divario sociale tra ricchi e poveri, almeno “non sostanzialmente”.  Se così fosse “il terrorismo verrebbe dall’Africa – il più povero dei continenti – e si orienterebbe verso l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo – i più ricchi di tutti”. Sono frutto, invece, del fanatismo. “Questa guerra si gioca tra i fanatici” sostiene l’autore “convinti che il loro fine giustifichi qualunque mezzo  È una battaglia fra chi ritiene che il giusto – a prescindere da quello che intenda per ‘giusto’ – sia più importante della vita stessa”.

Fanatismo che sembra esprimersi nello scontro tra Occidente e Oriente, soprattutto da quando il politologo statunitense Samuel Phillips Huntington ha definito “l’area dell’attuale conflitto ‘uno scontro di civiltà’ che vede schierati sostanzialmente su un fronte l’Islam e, sull’altro, l’Occidente”.

Una visione “razzista” del mondo, secondo Oz, giacché “prevede un confronto tra i ‘selvaggi terroristi’ d’Oriente e gli ‘illuminati’ d’Occidente”. Non era quello che intendeva Huntington , precisa l’autore, ma così è stato percepito. Perché fa comodo a molti. Al Governo d’Israele per esempio, perché “questa raffigurazione gli consente di inquadrare la lotta del popolo palestinese per il suo diritto a liberarsi dell’occupazione israeliana nello stesso spregevole ‘immondezzaio’ dal quale fanno continuamente capolino assassini musulmani fanatici che seminano il terrore ai quattro angoli della terra”.

Molti dimenticano che l’Islam estremista non ha affatto il monopolio del fanatismo violento: la distruzione delle Torri Gemelle a New York e le tante stragi che continuano in diversi luoghi del mondo non chiamano necessariamente in causa interrogativi quali: l’Occidente e buono o cattivo? La globalizzazione è una benedizione o un mostro? Il capitalismo è un vizio o qualcosa di inevitabile? Il laicismo e l’edonismo sono una schiavitù o una liberazione? Il colonialismo occidentale è finito o ha soltanto assunto una forma nuova?” Sono domande, secondo l’autore, che “possono trovare diverse risposte, anche contraddittorie, ma nessuna che sia il fanatismo”. Perché il fanatismo non discute.

Il gene cattivo dell’uomo. Antico quanto la sua natura

Ma soprattutto, ci ricorda Oz, perché il fanatismo è più “antico di qualunque ideologia del mondo”, avendo un “fondamento intrinseco nella natura dell’uomo”.  Un “gene cattivo” come lo definisce l’autore che porta a: tirare bombe contro gli studi medici dove si pratica l’aborto; a uccidere gli immigrati in Europa; ad assassinare donne e bambini in Israele: a bruciare una casa con dentro un’intera famiglia palestinese nei Territori occupati da Israele; a profanare chiese, sinagoghe, moschee e cimiteri.  “Tutti costoro” scrive Amos Oz “sono diversi da Al-Qaeda e dall’Isis per quello che fanno e per la misura del loro operato, ma non nella natura dei loro misfatti”.

Si parla di “crimini d’odio” chiarisce l’autore, ma sarebbe più giusti definirli “crimini di fanatismo”, che avvengono “quasi quotidianamente anche contro i musulmani”.

Crociate, Inquisizione, Jihad, gulag, genocidi, stanze delle torture e attacchi terroristici senza distinzione, ondate di xenofobia e nazionalismo e le rivendicazioni nazionali negli Stati europei: “non c’è niente di nuovo” ci ricorda l’autore e quasi tutto “precede di secoli l’ascesa dell’estremismo islamico”.

Rigurgito di disgusto verso il prossimo

Purtroppo più la situazione si complica più si diffonde la necessità di “risposte semplici, fatte di “una sola frase” che addita “senza esitazione i colpevoli di tutte le nostre sofferenze”; i cattivi, insomma, “come nei film western”: basterebbe eliminarli e “tutti i nostri guai sparirebbero”.  Per cui non resta da fare che “mettere nel mirino il nemico giusto e sparare (anche ai suoi vicini o a chiunque capiti nei paraggi) e con ciò spalancare una volta per tutte le porte del paradiso”.

Per molti “e sono sempre più numerosi” la sensazione pubblica più profonda è il “disgusto” reciproco: verso il “discorso egemonico, verso i laici, verso i religiosi, disgusto orientale verso l’Occidente, disgusto occidentale verso l’Oriente. E così l’idea del multiculturalismo e della politica delle identità che “50 anni fa sembrò innovativa” capace di avviarci verso “un ampliamento dell’orizzonte culturale ed emotivo” si è trasformata in una “realtà di chiusura, di odio del diverso”. Una nuova ondata di “disgusto verso il prossimo e di fanatismo che risale da varie direzioni”.

Fanatismo dai mille volti rivolti al bianco o al nero

Uscire dalla banalizzazione delle risposte e delle soluzioni, significa anche distinguere tra i diversi livelli di male.  Leggiamo in Cari fanatici: “I più aggressivi militanti ambientalisti o coloro che si oppongono furiosamente alla globalizzazione, possono talora svelare il loro volto di fanatici violenti.

Ma il male che causano è infinitamente più piccolo di quello del fanatico che provoca una strage” così come il male che provoca è a sua volta, per quanto grande, comunque inferiore ai “fanatici che si danno alla pulizia etnica o al genocidio”. Ecco il punto: secondo Amos Oz chi non è in grado o non è disposto a “graduare’ il male” finisce sempre “per passare al servizio del male”. Tutti i fanatici tendono a vivere in mondo bianco o nero: il fanatico “sa contare solo fino a uno, crogiolandosi in un sentimento di furore ardente e autocommiserazione”. Preferisce, infatti. ‘sentire’ invece che ‘provare’ e la morte, la propria come quella degli altri, lo affascina.

Il conformismo e chi ne approfitta

Un elemento per costruire il fanatismo, come indica l’autore, è il conformismo, ossia “l’atto di seguire il solco, il desiderio di essere parte di un blocco umano serrato e compatto”.   Conformismo che porta anche “al culto della personalità, all’idolatria di leader religiosi e politici” e, al meno pernicioso “culto delle star dello spettacolo e dello sport”.

Fatta salva l’abissale differenza dal seguire ciecamente un’ideologia assassina al culto “entusiasta per le stelle mediatiche” il comune denominatore è comunque “la rinuncia a se stessi”. L’aspirazione a “fondersi fino all’annullamento del sé nella scia dei seguaci e a sparire dentro l’esistenza e le opere degli eroi a cui si presta culto”.

La propaganda, infatti, si rivolge “al lato infantile dell’animo umano cosi ansioso di annullarsi di rientrare in un grembo caldo di tornare a essere una minuscola cellula dentro un corpo enorme, forte e protettivo come la nazione, la chiesa, il movimento, il partito.

Deresponsabilizzazione, dunque: gli accoliti affidano “all’eroe” tutte le loro speranze ma anche “il loro diritto di pensare giudicare e prendere posizione”.

Il “giardino d’infanzia global” è un fenomeno in crescita in tutto il mondo e non causale, scrive Amos Oz (nella foto in alto). Tanti sono interessati “all’infantilizzazione delle masse: il pubblicitario ad esempio “e chi lo finanzia” che vogliono uomini come “marmocchi viziati”, perché “consumatori più facili da convincere”.

Il giardino d’infanzia globale che si nutre del cibo spazzatura

Il mondo intero sta diventando un “giardino d’infanzia globale”. Non a caso il “confine tra politica e l’industria dell’intrattenimento” si fa sempre più sottile fino a cancellarsi. “Tanto la politica quanto la comunicazione sono diventate rami dell’industria dell’intrattenimento” annota Amos Oz e un numero “sempre crescente di elettori affida il governo a chi riesce a emozionarli e divertirli di più”. Sempre più persone, per l’autore “votano per i ’siparietti’, la battuta a effetto, la spiritosaggine”. Mentre l’espressione ‘non normale’, di questi tempi, “è un grandioso complimento”.

Una puntuale fotografia della società di oggi, ma c’entra con il fanatismo?  L’immagine dell’allegra e spensierata platea non pensante di marmocchi viziati è molto diversa da quella cupa dei “fanatici che marciano in fila a occhi chiusi al ritmo dei tamburi del loro leader carismatico. Ma il contrasto“, spiega Oz “è solo apparente”. Il fanatico sempre serio fino alla morte, così come il suo opposto il “bamboccione sostenitore di spiritosaggini e battute a effetto, rinunciano in pari misura al loro diritto a godere del variegato assortimento che la vita ci offre e s’ accontentano dello squallido cibo spazzatura fornito loro da chi ha tutto l’interesse a circuirli per usarli a proprio vantaggio”.

Salvare il mondo: imperativo categorico

Il fanatico “lavora indefessamente per migliorarti e perfezionarti per aprirti gli occhi così che anche tu possa vedere la luce. E se ti salta al collo è perché disgraziatamente sei incapace di farti redimere, perciò con suo grande rammarico è suo dovere odiarti e sterminarti”. I fanatici religiosi o ideologici, continua l’autore, “compiono atti di violenza oorripilante non solo perché detestano gli infedeli o l’Occidente o i musulmani o i sionisti o i Lgbt. Loro spargono sangue soprattutto perché vogliono salvare immediatamente il mondo”.

Mettere in moto  la fantasia, l’immaginazione e la curiosità…

Amos Oz nel suo Cari fanatici riporta un aneddoto raccontato dallo scrittore Sami Michael (nella foto a lato), quando, nel corso di un lungo viaggio, l’autista gli spiegò quanto era importante e urgente che gli ebrei uccidessero tutti gli arabi.

“Bisogna farlo” asseriva l’autista “o noi o loro”. Sami Michael allora gli chiese chi fra gli ebrei avrebbe dovuto uccidere tutti gli arabi: l’esercito, la polizia i medici con delle iniezioni? L’autista rispose “Ogni maschio ebreo dovrà uccidere alcuni arabi”. “Bene” prosegui Sami Michael, allora mettiamo che lei ha in carica un condominio della sua città. Suona il campanello e se la famiglia è araba spara e l’uccide. Ma terminato il suo compito, prima di allontanarsi, sente il pianto di un bambino. Che fa torna indietro e spara anche al neonato?” Lungo intervallo di silenzio. L’autista meditò. Alle fine disse a Sami Michael: “Senta, signore, lei è una persona veramente crudele”.

Una storia che mette a nudo, sostiene Oz “il guazzabuglio che si trova talora nell’animo del fanatico: ottusità, sentimentalismo e scarsa fantasia. Con il neonato Sami Michael ha costretto il fanatico autista a mettere in funzione la propria fantasia, facendo con ciò vibrare le sue corde emotive. L’autista che amava i bambini è stato costretto a materializzare in una terribile immagine l’astratto slogan ‘Morte agli arabi’. Ecco affiorare una timida speranza: quando il fanatico si trova nella condizione di dare concretezza agli slogan, di configurare, di attivare, quindi, l’immaginazione con la quale osserva da vicino la sofferenza delle vittime, può percepire lo stridore con “l’astratta crudeltà di formule quali ‘Morte agli arabi’ o ‘Morte agli ebrei’.

…  e il senso dell’umorismo per creare un antidoto

“Forse è proprio la curiosità e la fantasia a fornirci un parziale antidoto al fanatismo”. Per Amos Oz la storia di Sami Michael dimostra che al fanatico autista non piace immaginare “i dettagli del gesto al quale si vota con ardore”. Gli piace lo slogan, il proclama ma è a disagio quando è costretto a tradurlo in atto.  Il mondo è pieno di sadici ma, sostiene l’autore, gran parte dei fanatici non sono tali per sadismo ma per “ideali astratti, desiderio di redenzione e riscatto universale”, per “liberarsi dei malvagi”.

Mancanza di fantasia, mancanza di immaginazione, mancanza di curiosità e senso dell’umorismo. “Non ho mai incontrato dei fanatici con il senso dell’umorismo”.  La battuta pronta, il sarcasmo sì, ma di certo non l’autoironia: scrive Oz “Non ho mai visto una persona capace di fare battute a proprie spese diventare un fanatico

L’immaginazione e la curiosità “sono strettamente connesse” approfondisce Oz. L’immaginazione riesce a farti mettere nei panni dell’altro, “nella pelle dell’altro, anche nel momento dello scontro”; con la curiosità si arriva, ogni tanto, a fare “scoperte sensazionali” e trovarci di fronte all’inatteso, l’insperato, il “sorprendente che ci affascina, anche se non ci conquista.

Forse la curiosità ha davvero un potenziale di apertura e di tolleranza”.

 

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