La forza del ricordo. Il mito Banks ci ha lasciato

Miti del calcio che se ne vanno. Ma i loro nomi restano e resteranno ancora non solo negli almanacchi e negli annali, ma anche nei ricordi di quegli amanti del calcio che hanno sognato e apprezzato le loro gesta fantastiche viste sui campi verdi o attraverso le immagini televisive in bianco nero.

E Gordon Banks (30 dicembre 1937 – 12 febbraio 2019) è tra queste leggende perché è stato uno dei più grandi portieri del mondo. È ricordato come l’autore di una parata eccezionale, prima di tutto perché è riuscito a far esplodere la sua forza fisica e il suo grande intuito parando un colpo di testa al migliore giocatore del mondo, Pelè, ma anche perché in quella respinta in calcio d’angolo, c’è la fotografia di qualche cosa di meraviglioso. In pochi millesimi di secondo, la palla passò dalla testa di “O Rey” alla mano di Banks, come se fosse attratta da una calamita.

Era il 1970, l’anno in cui il Messico ospitò il mondiale di calcio e quando tutti i tabloid definirono come ‘la gara del secolo’ la partita Italia Germania 4 a 3. Egualmente venne sottolineata come la parata “impossibile” quella del portiere inglese, tanto che Pelè l’onorò, abbracciandolo subito dopo l’azione.

Gordon Banks arrivò a disputare 73 gare in Nazionale, pur non militando mai nei club più importanti dell’Inghilterra, fu campione del mondo nel 1966 e si piazzò 3° agli europei del 1968 disputati in Italia.

Gli è stata dedicata una statua ove solleva la coppa Rimet.

La forza del ricordo

Nel 1973 durante un mio soggiorno a Londra, mentre ero alla ricerca di alcuni regalini da portare ai miei cari, entrai nei magazzini Harrods in Piccadilly Circus, e nel reparto Sport, vidi esposta la maglia di Banks che da pochi mesi si era ritirato dalle competizioni a causa di un incidente d’auto.  Presi subito la decisione di comprarla assieme a un paio di guanti e una coppia di parastinchi.

C’era un motivo molto preciso per questo mio acquisto. Mio fratello giocava a calcio e faceva il portiere in una squadra di prima categoria, apprezzava, ammirava e voleva diventare come Giorgio Ghezzi, Gordon Banks ed Enrico Albertosi.

Al mio rientro in Italia gli diedi questi miei regali che per un po’ conservò in un armadio ma poi con l’esordio in prima squadra portò nella sua sacca.  Non potendo indossare, per regolamento, se non la maglia della squadra di appartenenza, la metteva sotto, a pelle, come porta fortuna. Era così un indumento che rientrava sempre a casa, magari molto sudato, ma che ritornava ogni volta come nuovo.

Così questa maglia viaggiò qua e là sui campi di gioco, fino a che un giorno sparì. Qualche compagno pensò bene di rubarla e a mio fratello rimasero solo i guanti e i parastinchi e questi ultimi sono ancora in un cassetto avvolti in una sacchetto di tela.

Leggere oggi che un altro grande del calcio ha lasciato questa terra ci fa riflettere di come e perché i nostri ricordi vanno coltivati. I visi, le gesta, i comportamenti ci parleranno sempre di qualcuno che ha fatto parte della nostra vita, e solo così diremo a noi stessi che siamo veramente stati fortunati a entrare in contatto con la storia.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.