La causa della morte di Caravaggio. Uno storico cold case

Sulla misteriosa causa della morte di Michelangelo Merisi, il famosissimo pittore noto con il nome di Caravaggio, sembra fare definitivamente luce l’esito di una ricerca condotta da investigatori scientifici italiani e francesi dell’istituto marsigliese l‘IHU Méditerranée Infection.

Lo studio, guidato dai professori Didier Raoult e Michel Drancourt con la collaborazione del microbiologo Giuseppe Cornaglia e pubblicato sulla rivista Lancet Infectious, rivela che non fu nè la sifilite,  nè un’intossicazione per metalli pesanti (all’epoca del Merisi presenti nei colori), le tesi fin’ora più accreditate, a porre precocemente fine alla movimentata vita del pittore, ma un’infezione contratta da una ferita da spada, dopo l’ennesimo litigio armato con degli avversari.

La causa è emersa dalla studio della dentatura del pittore.  Dal campione di DNA della polpa dentale  estratta dai molari, incisivi e canini del Caravaggio, non sono emerse tracce di sifilide, malaria o brucellosi  ma la presenza dello  staphylococcus aureo, causa secondo gli studiosi della morte di Merisi. La polpa dentale, spiega lo studio, è ricca di vasi sanguigni che si prosciugano alla morte dell’individuo, ma se il sangue contiene batteri al momento del decesso, le tracce degli stessi rimangono e si possono rilevare anche dopo millenni.

Il DNA raccolto dai denti del pittore è stato analizzato con 3 metodi di rivelazione : il  metagenomico, il  PCR e il terzo, sviluppato dall’IHU, il paleometaproteomico, in grado di rilevare le proteine specifiche del batterio in un campione. I risultati dei 3 metodi sono stati uguali e univoci nel mostrare tracce di stafilococco aureo, per cui secondo i ricercatori Caravaggio è morto di sepsi, – che nel caso del pittore, trattandosi  di sepsi batteriemica, vale come sinonimo il più comune e conosciuto termine di setticemia – causata dall’osteite (infezione delle ossa) provocata da una ferita dopo un combattimento.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio

Michelangelo Merisi da Caravaggio ( luogo di nascita dei genitori, in provincia di Bergamo) ma nato a Milano nel 1571, è uno dei maggiori pittori del Barocco, maestro del chiaroscuro, con il quale seppe esaltare il realismo drammatico dei suoi soggetti e come tale riconosciuto dagli artisti del XVII secolo e non solo che tanto hanno subito la sua influenza.  Godette di grande fama anche in vita, ma essendo dotato di carattere rissoso condusse una vita avventurosa. Il 28 maggio 1606 a Roma, dove viveva, durante un litigio Merisi uccise un uomo e lo Stato Pontificio lo condannò a morte. Fuggì, dunque, verso il Sud d’Italia. Soggiornò a Napoli, a Malta e in Sicilia, dove dipinse e lasciò opere di grande pregio.

Risalì quindi l’Italia e tornò a Napoli, dove subì un feroce attentato e, quindi, nel 1610, ricevuta la notizia della revoca di Roma della condanna a morte, si mise in viaggio con l’intenzione di raggiungere Palo di Ladispoli (Roma), dove avrebbe aspettato il perdono papale, per fare ritorno nella Città Eterna da uomo libero. Ma per una serie di vicissitudini proseguì per il Nord e sbarcò a Porto Ercole in Toscana, dove arrivò probabilmente febbricitante e trovò la morte nel luglio del 1610.

Il cold case

Ma gli ultimi giorni e la scomparsa di Caravaggio sono avvolti nel mistero, così come le sue spoglie. Trovate soltanto nel Ventunesimo secolo, quando furono riesumati i resti ossei dell’antico cimitero di San Sebastiano di Porto Ercole, dove il Merisi, si suppone, sia stato sepolto senza nome  e da metà Novecento trasferiti nell’ossario dell’attuale cimitero.  Recuperati anche i resti ossei rinvenuti nei pressi della locale Chiesa di Sant’Erasmo (foto a lato).

Una squadra di ricercatori di vari atenei italiani  ha individuato i resti del pittore, dopo ricerche storiografiche, analisi dei sedimenti terrosi, datazione dei resti ottenuta con il metodo del carbonio-14 e il confronto del DNA recuperato dai resti con i discendenti della famiglia Merisi, non diretti perché il pittore non ebbe figli, individuati nella famiglia Merisio di Caravaggio. Nel 2010 il team di scienziati italiani ha dichiarato che resti ossei ritrovati potevano essere attribuiti per l’85% a quelle del grande pittore.

Studiare il passato per saperne di più sul presente

Sui denti appartenenti a tali resti i ricercatori dell‘IHU Méditerranée Infection hanno condotto le loro analisi. Sarà la loro la conclusione definitiva o quel 25% di incertezza inficerà anche questo risultato, continuando a mietere tesi, teorie e leggende sugli ultimi giorni del Caravaggio e sulla sua morte?

Comunque i professori dell’Istituto di Marsiglia, pur entusiasti della loro ricerca, che considerano “un’ incrocio tra arte, archeologia e microbiologia”, c’informano che il 98% dei loro studi è condotto sui resti di persone anonime e rilevano l’importanza  di studiare i corpi del passato per comprendere di più e contrastare meglio le epidemie del presente, come il recente ritorno delle peste bubbonica e pneumonica nell’africana isola del Madagascar.

 

Foto di copertina e seconda dall’alto: autoritratto di Caravaggio

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