Mobbing. Processi in Francia e Italia

Didier Lombard, ex presidente della France Telecom

Didier Lombard, ex presidente della France Telecom

Nel 2006 la Telecom francese registrava miliardi di debiti. Per ripianarli avviò un piano di ristrutturazione aziendale, denominato Next, che prevedeva il taglio di 22.000 posti di lavoro e 14.000 trasferimenti nell’arco di due anni.

Per evitare i costi e le complicazioni amministrative dei licenziamenti che, oltretutto gli avrebbero alienato le simpatie dell’opinione pubblica, l’azienda ricorse alla pratica del mobbing. Sottopose i suoi dipendenti a pressioni e disagi sia fisici sia psichici, in modo da indurli ad accettare il trasferimento o la cessazione del rapporto di lavoro.

Regista del programma Next fu l’allora presidente della compagnia, Didier Lombard, solerte nella riduzione dell’organico, al tempo costituita da 110.000 impiegati, che dichiarò: “La farò, in una forma o nell’altra, per la porta o per la finestra”.

Parole tragicamente profetiche quelle di Lombard: dal 2008 al 2010, 58 lavoratori della France Telecom, si sono tolti la vita, alcuni lanciandosi dalla finestra dello stesso ufficio, lasciando una lettera che spiegava i motivi della loro tragica decisione.  Molti i tentativi di suicidio per depressione grave.
Nel 2009 i sindacati si allarmarono e presentarono una denuncia contro la direzione della France Telecom, nel 2010 un’ispezione da parte dell’Ispettorato del lavoro confermò la brutalità dei metodi adottati e la Procura di Parigi avviò un’indagine per “mobbing e messa in pericolo della vita di terzi”.

E il 22 giugno 2016, dopo 6 anni d’inchiesta, la Procura di Parigi ha chiesto il rinvio a  giudizio per Didier Lombard e per due dei suoi stretti collaboratori, Luois Pierre Wenes e Olivier Barberot, all’epoca dei fatti rispettivamente vice-presidente e direttore delle risorse umane, oltre a quattro dirigenti accusati di aver collaborato nella pratica di destabilizzazione dei dipendenti.

Secondo le accuse mosse dalla Procura di Parigi, i responsabili non hanno esitato a ricorrere a tutti mezzi per ottenere gli obiettivi prefissati; oltre ad incentivare economicamente i quadri che ottenevano le dimissioni dei relativi sottoposti, per i quali le mortificazioni andavano da rimanere senza scrivania e sedia per settimane, modifica repentina degli obiettivi, divieto al dissenso, svalutazione del lavoro compiuto.

Yonnel Dervin, una delle vittime di mobbing ha ricostruito la sua triste vicenda professionale nel libro “Ils m’ont détruit” (Mi hanno distrutto ndr).  Yonnel DervinDervin racconta come nel 2009 da ingegnere per i sistemi aziendali, a 49 anni e con 30 di anzianità aziendale alle spalle, era stato declassato ad addetto ai guasti telefonici dei clienti, perché come gli era stato detto, alla sua età era giunto al massimo delle sue capacità e non poteva permettersi prospettive di carriera.

Il giorno dopo aver ricevuto la comunicazione di dimensionamento, intervenendo a una riunione aziendale ha tirato fuori un coltello e se l’ha piantano nello stomaco. È sopravvissuto. In merito al suo tentativo di suicidio scrive: ”Mi ero preparato, volevo morire in azienda, davanti a tutti e in modo plateale. Nessuno doveva potersi discolpare”.

Thierry Franchi, delegato sindacale della “Confédération générale du travail” (Confederazione Generale del lavoro, ndr) ha dichiarato al quotidiano di Madrd El Pais, che l’eventuale processo oltre a fare giustizia per le vittime e i loro famigliari, darebbe l’occasione di denunciare metodi di gestione inaccettabili, che si continua ad applicare in molte aziende.

Nel 2010 la France Telecom ha cambiato sede: il nuovo edificio ha terrazze inaccessibili e finestre bloccate; Didier Lombard è stato sostituito con Stéphane Richard, ex capo di gabinetto dell’allora Ministro dell’Economia e attuale Direttore del FMI, Christine Lagarde. Successivamente, nel 2013 la France Telecom ha cambiato denominazione sociale in Orange SA, maggior impresa di telecomunicazione francese e una delle maggiori a livello mondiale, con 170.000 dipendenti e oltre 200 milioni di clienti.

Se i giudici francesi accetteranno la richiesta dalla Procura di Parigi, si celebrerà uno dei maggiori  processi per mobbing condotto contro una multinazionale.

 

Italia, processo contro l’editore per la morte di Alessandro Bozzo

Alessandro Bozzo

Alessandro Bozzo

L’Italia, sia per la crisi economica del 2008 sia per il mutamento avvenuto nel welfare lavorativo che a visto alterare i comportamenti degli imprenditori e dei sindacati a danno della dignità del lavoro e dei lavoratori, non è esente dal mobbing con conseguenze tragiche.

Il 15 marzo del 2013 il giornalista Alessandro Bozzo si è tolto la vita per i soprusi subiti, in ambito lavorativo. Aveva 40 anni. Bozzo scriveva per il giornale Calabria Ora.

Il suo editore, Pietro Citrigno, gli aveva imposto il cambiamento del suo contratto da tempo indeterminato a tempo determinato. Se Bozzo non avesse accettato avrebbe perso il lavoro. Accettò. Sottoscrisse il documento che affermava il suo consenso di risoluzione consensuale di cessazione del lavoro senza nulla a pretendere, per firmare poi un nuovo contratto di collaborazione, intestato a una società editoriale a denominazione diversa dalla precedente, alle condizioni economiche decise dall’editore.

Ma a novembre 2013 Pietro Citrigno ricevette l’avviso di garanzia dalla Procura di Cosenza  con l’accusa di “violenza privata” per aver costretto “mediante minaccia” Alessandro Bozzo a sottoscrivere dapprima le sue dimissioni alla società Paese Sera Editoriale Srl e, successivamente, il contratto di assunzione a tempo determinato con la Società “Gruppo Editoriale C&C srl”.

Il padre di Alessandro Bozzo, pochi giorni dopo la scomparsa del figlio, ne aveva trovato i diari, dove il giovane giornalista sfocava le sue paure per le sue condizioni economiche diventate precarie e per le angherie subite dal suo editore. Consegnati alla Procura di Cosenza quest’ultima ha aperto le indagini e si è giunti al processo. E l’11 luglio 2016 la Procura ha chiesto 4 anni di carcere per l’ex editore Pietro Citrigno, con l’accusa di “violenza privata feroce”. Il Pubblico Ministero Francesca Cerchiara, ha chiesto al Tribunale la trasmissione degli atti alla Procura, perché durante il processo sono emersi “nuovi elementi e ipotesi di reato di estorsione, tentata estorsione e violenza privata”  commesse da Citragno non solo nei confronti di Bozzo, ma anche di altri quattro giornalisti: Pietro Comito, Antonio Murzio, Antonella Garofalo e  Francesco Pirillo.

Tra le testimonianze messe a verbale, particolarmente indicativa per comprendere le vere ragioni dell’ostilità dell’editore Citrigno nei confronti di Bozzo è di Antonio Murzio, ex redattore del giornale il quale ha dichiarato: “Citrigno si lamentava espressamente dell’autonomia professionale di Bozzo (che si occupava di cronaca politica ndr). In ogni occasione in cui in qualche redazione distaccata presentava la necessità di un nuovo innesto, Citrigno proponeva di trasferire Bozzo”.

La sentenza per Pietro Citrigno, già condannato per usura aggravata dalle modalità mafiose e sotto processo, sempre davanti al Tribunale di Cosenza, anche per bancarotta fraudolenta della società editrice di Calabria Ora, è prevista per il 14 settembre 2016.

aggiornamento 28 marzo 2017

Il 14 settembre 2016, Pietro Citrigno è stato condannato a 4 mesi di carcere.   Le testimonianze di alcuni colleghi di Alessandro Bozzo sono state acquisite dalla Procura, perché in almeno 5 casi la pubblica accusa ha ravvisato elementi di reato di tentata estorsione attuata da Pietro Citrigno.

La Procura aveva chiesto per Pietro Citrigno 4 anni.  Considerata irrisoria la condanna a 4 mesi, la Procura di Cosenza ha diramato  un comunicato stampa nel quale dopo aver espresso soddisfazione per la sentenza di condanna nei confronti dell’imprenditore “per il reato di violenza privata ai danni del giornalista Alessandro Bozzo” aggiunge che “avanzerà appello” nei confronti della stessa sentenza “ritenendo assolutamente inadeguata la pena irrogata rispetto alla gravità dei fatti contestati e che proseguiranno le indagini per ulteriori fatti” suscettibili di reato “emersi nel corso del dibattimento”.

Nel frattempo la pena inflitta a Pietro Citrigno è stata resa immediatamente esecutiva dalla precedente condanna definitiva per usura aggravata a suo carico.

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