Anile Tonella. L’importanza del ricordo di una vita da minatore emigrato

C’è ancora posto oggi per raccontare quanto e come gli italiani emigrati, hanno lavorato nelle miniere di carbone in Belgio, nel secolo scorso? La voglia c’è, perché nel raffrontare i contesti emigratori dei momenti attuali viene facile porsi delle domande. E noi vi vogliamo raccontare la storia di una vita fatta di sacrifici in condizioni inimmaginabili, di fatica al limite del sopportabile, di un coraggio, per così dire portato da casa. L’uomo o meglio il ragazzo si chiamava Anile Tonella, era nato a Bigolino frazione di Valdobbiadene, un comune del trevigiano, che lasciò a 20 anni assieme al fratello Amedeo, ed emigrò in Belgio ove lavorava già il fratello maggiore. Correva l’anno 1948. Figlio di contadini, lui lavorava il legno e produceva zoccoli che vendeva al mercato di Montebelluna. Ma “le palanche” per condurre una vita quasi normale erano poche. Dopo un viaggio di molte ore, 18,  giunse a Mons ed il giorno seguente era già sottoterra, a 850 metri di profondità, dopo una sommaria visita medica che ne attestava le buone condizioni di salute.

Un inferno, ove le otto ore passate laggiù sembravano non finire mai. E quando risaliva alla luce del sole tutt’intorno c’era solo nero. Il cartello autostradale indicava infatti che quello era Pays Noir. Le sue e quelle dei suoi fratelli erano braccia da lavoro, perché da esse l’Italia in cambio otteneva tonnellate di carbone. Erano questi gli accordi tra le due nazioni ed i sindacati, con la famose ‘affiche rose’ (nella foto a lato), il contratto annuale ove la federazione carbonifera belga stabiliva il salario giornaliero, gli assegni familiari, per ogni operaio, anche se nessuno aveva messo in conto che la durata della vita di un minatore non superava i 50 anni.

La discesa nelle viscere della terra avveniva in ascensori che contenevano 25 persone pigiate come sardine (nella foto a lato), e pure i cavalli semisdraiati venivano trasportati così e,  laggiù, rimanevano a lungo fino a quando non diventavano ciechi. La risalita in superficie di questi animali avveniva soltanto il 4 dicembre nella festività di S. Barbara, patrona dei minatori. Gli alloggi di questi emigrati erano rifugi di fortuna, capannoni ove vivevano anche in sessanta. Anile Tonella raccontò che la sua prima dimora fu una casa a Cuesmes, costruita sotto il livello di un fiume e che quando pioveva molto, il pavimento veniva invaso dall’acqua. Questo fatto aveva aguzzato il suo ingegno ed aveva trovato una soluzione:  spostare le mappe della porta che sollevate lasciavano libero il passaggio dell’acqua e il legno non si gonfiava; così la porta poteva essere richiusa passata l’alluvione. Ma grande fu la sorpresa per Anile scoprire, a distanza di anni, di aver abitato, anche se per breve tempo, in una casa che aveva ospitato il pittore Van Googh! Lì aveva vissuto questo grande artista e chissà quali quadri ha dipinto tra il 1879 ed il 1880 in quelle 4 mura che furono chiamate “Casa del Pantano”.

La vita dei tanti giovani italiani era fondata prima di tutto sulla dedizione e l’educazione per il lavoro e poi per cercare di creare ed inviare ai famigliari, rimasti in patria, quel sostentamento che permettesse loro di stare un po’ meglio. Ma Anile era un ragazzo forte, seppe convivere con l’umidità, con quel casco di cuoio sulla testa, con quella lampada che le concedeva di vedere solo il compagno più vicino, con un’alimentazione scarsa e, spesso, al di sotto delle proprie necessità fisiche. Aveva un buon carattere, la moglie lo definiva un uomo mite e sempre sorridente, era per i suoi compagni quello che si può dire un vero amico. E con loro trascorreva le serate post lavoro.

La lingua ed i dialetti differenti tra di loro non ostacolarono mai un’amicizia che dopo le difficoltà iniziali si fece sempre più solida e rimase negli anni.  Nei loro incontri conviviali si parlava sempre dell’Italia e del senso profondo di una nostalgia che saliva dal cuore. Ci fu però l’incontro con Fernande, una bella ragazza belga, e sbocciò tra loro un amore che solo la morte riuscì ad interrompere. Nacquero tre splendide figlie e diede loro l’opportunità di studiare e farsi una posizione. Oggi sentendo parlare la figlia Evelyn si percepisce come il legame tra padre e figlia sia ancora fortissimo: nel raccontare la storia di Anile sa trasmettere all’ascoltatore quell’emozione,  ancora viva nel descrivere un’esistenza quasi senza tempo per quanto è ricca di episodi, di tristezze, di dolori e di riconoscenze vissute in prima persona. Un legame talmente forte da rendere quell’assenza quasi insopportabile.

Per  Anile (nella foto a lato) arrivò il tempo della pensione, ma  il rapporto con la miniera non si interruppe mai. Orgoglioso più che mai di quel suo lavoro, prese a frequentare le scuole e durante quelle sue visite seppe entusiasmare i ragazzi a tal punto che non solo ricevette lettere di ringraziamento firmate da moltissimi alunni, ma divenne l’esponente giusto per testimoniare quelle esperienze. Fu chiamato in altre cittadine belghe a narrare quella che era stata la vita dei minatori,  di quei topi da galleria, come erano chiamati, e lo ha fatto fino alla fine della sua esistenza. Il suo viso espressivo incarnava alla perfezione la figura di quel tipo di lavoratore, e così interpretò proprio il personaggio dell’emigrato che con moglie e figlia, lasciava il proprio paese per andare a lavorare in miniera nel film Le Brasier di Eric Barbier  .  Quando ogni anno veniva ricordata la tragedia di Marcinelle  Anile Tonella  era sempre in prima fila,  perché si è sempre sentito “fratello” di coloro che perirono in quel crollo.  L’Italia  però era sempre nel suo cuore, la moglie Fernande, dopo le prime difficoltà, si integrò bene a Bigolino, imparò l’italiano e ne apprezzò usi e costumi. Donò ad un museo gli arnesi di lavoro di Anili, così che altri potranno ancora vedere quello che era  il lavoro dei moltissimi emigrati che lasciarono tutto, famiglia ed affetti per andare incontro ad un mondo diverso, sconosciuto e che fece inumidire di lacrime tanti fazzoletti.

Oggi è importantissimo far rivivere quelle esperienze lavorative, diversamente non andremo avanti perché l’emigrazione del ventesimo secolo, pur diversa, deve far capire che solo tramite la massima volontà di sacrificio si possono fare passi avanti nell’integrazione. Gli italiani ci sono riuscitipur sradicati dai loro paesi hanno saputo dare un avvenire ai propri figli in qualsiasi parte del mondo si trovassero. E quei figli sono cresciuti bene, perché l’opportunità loro offerta è stata messa a frutto grazie ai sacrifici dei loro genitori. Non bisogna perciò dimenticare che per avere bisogna dare e conoscere il proprio passato porta a costruire un avvenire migliore. Quanto è lunga dunque la strada dei ricordi?  Proviamo a rileggere “Dagli Appennini alle Ande” dal libro Cuore di De Amicis, e la memoria sarà inondata di storie come quella di Anile Tonella, figlio di un’Italia che deve essere orgogliosa di avergli dato i natali.

Potrebbero interessarti anche...

Una risposta

  1. lefebvre fabienne ha detto:

    Grazie per questa bella storia vera. Anilé l ho conosciuto e nn lo dimentichero mai . Due anni fa mio papa, l amico suo è mancanto anche lui. Chissa cosa s inventano lassu.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *