Italiani senza cittadinanza. Speranza ponte

Iham 2Chi decide di andare a studiare all’estero rischia di perdere la priorità relativa alla richiesta di cittadinanza, è come se fossimo agli arresti domiciliari in quanto limitati nella mobilità”.

A parlare, Ilham Mounssif, una splendida ragazza di 22 anni, che nonostante sia cresciuta in Italia – basta sentirla parlare per abbracciare tutta la sua italianità- “lotta” per avere un diritto di identità che le è negato, come a migliaia di giovani.

 

Le parole per dirlo

Risuona nei telegiornali, “comizi” televisivi, “tribune” politiche, giornali,  il mantra Ius soli, sì; Ius soli, no; stiamo parlando del disegno di legge di lunga gestazione, sul diritto alla cittadinanza, approvato dalla Camera nel 2015 e “arrestato” da 2 anni nel pantano istituzionale.

Prima di tutto facciamo chiarezza. Parlare di ius soli, vale a dire, diritto del suolo; non è corretto, poiché per ius soli si intende quel diritto di cittadinanza che la acquisisce con l’atto di nascita; il tanto discusso disegno di legge, non propone un diritto “ di nascita”, ma piuttosto regolamenta la situazione di oltre 800.000 giovani che si trovano in una situazione paradossale: stranieri a casa propria e, al tempo stesso, come ben argomenta Iham in una condizione di “arresti domiciliari”.

Forse sarebbe meglio parlare di integrazione legislativa anziché di proposta di legge; in merito alle normative attuali, il giovane che nasce e cresce in Italia può chiedere la cittadinanza, al compimento dell’età dei 18 anni, ma il procedimento non è immediato poiché tra i parametri, oltre ad avere i genitori naturalizzati in Italia- almeno uno dei 2-, subentra anche il criterio del reddito familiare; anche se non siamo giuristi, associare il diritto alla cittadinanza al reddito ci sembra alquanto stravagante.

“Solo un stolto potrebbe proporre un disegno di legge che richieda lo ius soli in questo periodo storico; forse molti che invocano ed evocano lo ius soli di stampo americano non hanno letto la proposta legislativa – sottolinea Ilham Mounssif. Il divario giuridico tra lo ius soli tout court e l’attuale ddl, fa emergere come sia piuttosto un pretesto socio-poltico per alimentare “guerre di quartiere” a livello nazionale.

Una piccola integrazione dunque che farebbe passare dal limbo tanti italiani (come dicevamo prima, si stima oltre 800.000); “facciamo il caso di un bambino italiano di origine albanese che non può andare all’estero con il resto della classe; viviamo in una democrazia ma allora perché non possiamo usufruire dei diritti?”.

La voce di Ilham è cristallina, profonda e squillante al tempo stesso, il lieve accento sardo che fa capolino, la rende ancora più autentica. Più volte, durante l’intervista, evoca la sua appartenenza non solo nazionale, ma regionale: in quanto sarda, come sarda…. Un senso di appartenenza, raro da incontrare nelle giovani generazioni. Tutt’altro che canne al vento.

“L’art 3 della nostra Costituzione evidenzia quei diritti che a noi vengono negati; di fatto ci troviamo di fronte ad una barriera e ciò che chiediamo, di cui si fa portavoce il disegno di legge è un’integrazione in materia di cittadinanza”, prosegue Ilham.

Probabilmente, l’errore  si annida nell’introdurre il termine “Ius soli” . Ricordiamo, in estrema sintesi che cosa dice il disegno di legge.

Ius soli temperato. I bambini nati in Italia diventano italiani per nascita soltanto se almeno uno dei genitori ha il permesso dell’Ue per soggiornanti di lungo periodo (valido per i cittadini extra Unione Europea) o il diritto di soggiorno permanente’ (per cittadini Ue).

Il genitore o chi ne fa le veci, deve fare una dichiarazione di volontà di cittadinanza del minore all’ufficiale dello stato civile del proprio comune di residenza. In assenza di dichiarazione, l’interessato stesso potrà fare richiesta di cittadinanza entro due anni dal raggiungimento della sua maggiore età. Il termine “temperato” indica  l’impossibilità di avere la cittadinanza italiana, per il semplice fatto di nascere sul territorio.

Ius culturae.  Per i bambini nati o arrivati in Italia entro il compimento del dodicesimo anno di età dovranno obbligatoriamente frequentare uno o più cicli scolastici per almeno 5 anni. Nel caso la frequenza si riferisca alla scuola primaria, è necessario l’ esito positivo del completo ciclo di studio.

Anche in questo caso, la richiesta di acquisizione di cittadinanza deve essere espressa dal genitore con residenza legale in Italia o dall’interessato entro i due anni dal raggiungimento dalla maggiore età. Tra i 18 e i 20 anni di età, il diretto interessato potrà anche rinunciare alla cittadinanza italiana, purché sia possesso di altra cittadinanza.

Invece i ragazzi arrivati in Italia entro i 18 anni di età potranno diventare italiani dopo sei anni di residenza regolare e dopo aver frequentato e concluso un ciclo scolastico o un percorso d’istruzione e formazione professionale, anche se in questo caso vige la discrezionalità.

Per chi ha superato i 20 anni e ha maturato i requisiti previsti dalla nuova legge, la norma transitoria  prevede che possano diventare italiani i nati in Italia o arrivatici entro il compimento del dodicesimo, se hanno frequentato in Italia per almeno cinque anni uno o più cicli scolastici e hanno risieduto “legalmente e ininterrottamente negli ultimi cinque anni nel territorio nazionale”.

Chi possiede i requisiti, avrà solo un anno di tempo dall’entrata in vigore della riforma, per presentare al Comune di residenza, la dichiarazione di volontà. Il Ministero dell’Interno avrà sei mesi di tempo per accettare la richiesta.

Un riconoscimento ufficiale per una situazione naturale

I media e i politici stanno stravolgendo l’impianto legislativo, “trasfigurando” questa proposta in una battaglia di civiltà, assimilandola agli sbarchi degli immigrati; quando, come più volte si è detto, si tratta di regolarizzare chi è già in regola sostanziale poiché figlio/figlia di genitori naturalizzati in Italia e nati o cresciuti in questo paese.

Italiani a tutti gli effetti a prescindere dal colore della pelle o dai tratti somatici. I figli degli immigrati hanno la residenza nel paese di origine, nonostante siano nati o cresciuti in Italia.

Comune di Reggio EmiliaTutti i giovani che richiedono un diritto negato, hanno costituito il movimento italiani senza cittadinanza.

Si tratta di stabilire un “permesso” di soggiorno che nessuno può revocare poiché frutto dell’identità culturale e nazionale della persona.

Attualmente, un bambino che nasce e cresce in Italia da genitori non italiani, ma naturalizzati in Italia, soltanto al compimento dei 18 anni può richiedere la cittadinanza italiana; un riconoscimento ufficiale per una condizione sostanziale; antropologia, filosofia, pedagogia che si raggruppano per chiedere in coro un “aggiustamento” legislativo, laddove la legge si presenta poco rispettosa dell’identità dell’individuo.

Se mi muovo, perdo i diritti

Paradossale e frustante, avere un permesso per entrare a casa propria.

“Se io volessi tornare a casa dopo un periodo di oltre i 12 mesi , ci spiega Ilham, metterei a rischio il mio iter verso la cittadinanza; per i giovani che desiderano muoversi è una sorta di attentato alla formazione e alla crescita culturale della persona.

La carta di soggiorno che sicuramente ha rappresentato un passo in avanti per la mobilità, grazie all’Unione europea che ha istituito la libertà di circolazione, comunque è collegata ai 12 mesi, trascorsi i quali si corre il rischio di perdere quella continuità di “soggiorno” che ti permette di richiedere la cittadinanza dopo i 18 anni; bisogna considerare inoltre che la richiesta per la carta di soggiorno è soggetta a parametri economici”.

Per ottenere la carta di soggiorno è necessario: un reddito di 5000 euro all’anno; un alloggio idoneo con relativo contratto di locazione, fedina penale pulita.

Ilham ci descrive situazioni-tipo che possono scaturire dalla normativa vigente. “Facciamo il caso di una famiglia in cui i genitori sono naturalizzati in Italia e il figlio/a devono aspettare la maggiore età per chiedere la cittadinanza italiana; in questo arco di tempo la famiglia per motivi di lavoro e/o personali, lascia il territorio italiano per più di un anno. La prole a seguito, rischia di perdere la continuità di “vissuto italiano”, e una volta tornati in Italia, a dover chiedere la cittadinanza, osservando i parametri di un adulto straniero “qualsiasi”.

Questo tipo di situazione può scaturire anche da cambi di residenza; molti ragazzi, la cui famiglia si è trasferita da una città italiana ad un’altra, hanno perso il diritto dei “18 anni” in quanto per ritardi burocratici, gli uffici comunali hanno registrato il cambio di residenza con notevole ritardo, dilatando il tempo di “non residenza continuativa”.

Come abbiamo già evidenziato, se un ragazzo/a non ancora cittadino italiano decide di affrontare un’esperienza all’estero, attualmente, non può farlo oltre i 12 mesi, altrimenti, rischia di perdere i diritti acquisiti dal lungo soggiorno in Italia; pensiamo alle opportunità che offrono i programmi accademici nazionali ed internazionali.

La speranza ponte

Mentre parliamo Iham è in Marocco poiché ha vinto uno stage presso un’organizzazione che si occupa di Cooperazione Internazionale; per la prima volta si sta confrontando con la cultura e la lingua del Marocco.

Laureata in Relazioni Internazionali sta affrontando questa esperienza lavorativa con estrema dedizione e passione; gira per la città, approfondisce usi e costumi, ma lei è italiana e, per precisione, sarda.

“Sto scoprendo per la prima volta che cosa sia il mio paese di origine; punti di incontro con la mia personalità, la mia vita, probabilmente ho poco da condividere; da un punta di vista identitario, io sono sarda, un’autentica appartenenza al territorio; io sono cresciuta da sarda, e non ho mai riscontrato differenze locali durante la mia infanzia ed adolescenza.”.

Due mondi, due culture. “Noi siamo dei ponti che possano operare un cambiamento sociale; è fondamentale che lo stato ci riconosca anche per il processo di convivenza pacifica, non si tratta di un mondo multiculturale, c’è una componitene essenziale che prevale, oltre i capelli, il colore della pelle; la propria nazione, il proprio ambiente è dove si cresce e ci si forma, si apprende ad amare e a vivere.

Ciò che colpisce, ascoltando Iham , è il vigore di chi reclama un diritto negato in un’esistenza piena e compiuta. Inoltre, dà voce a una prospettiva politico-sociale foriera di apertura e stabilità. Le cosiddette seconde generazioni possono costituire un ponte autentico di integrazione ed invece, una effettività possibilità viene manipolata ed alterata per scopi

Le battaglie ideologiche, fanno sembrare diverso, ciò che non lo è; ci vuole coraggio e perseveranza per contrastare chi alimenta l’odio e il disprezzo, invece di costruire ponti. Così si solidificano muri e si radicalizzano comportamenti e credenze.

“Uno Stato che investe sulla formazione dei propri membri e poi inciampa sulla cittadinanza, compie un atto di autolesionismo”.

Ci salutiamo; un piccolo click sull’icona della cornetta di Skype e la connessione si interrompe.

 

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