Internet non è più americano. Libertà per tutti o rete oligarchica?

Internet non è più (solo) americano. Non lo è già da qualche settimana, anche se la notizia diventa tale soprattutto in questi giorni post-elezione di Trump (e vedremo perché). Ovvero: il sistema di controllo e decodifica della rete, diciamo la compilazione della sua “mappa stradale“, non ha più la sua testa (e la sua mano pesante) nel Governo degli Stati Uniti. Con poche ripercussioni pratiche per tutti noi, utenti finali, ma enormi valenze simboliche e geo-politiche. Con rischi di implosione ed esplosione della rete annidati dietro ogni angolo…

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Tecnicamente, di cosa stiamo parlando

Per capire di cosa stiamo parlando dobbiamo fare un passo indietro e immaginare la rete internet come se fosse un ingorgo costante di vie d’accesso interconnesse. Come infatti è: una rete globale che collega (quasi) tutto il mondo linkando il nostro pc con una rete di altri milioni di suoi simili intenti a caricare e scaricare informazioni da server pubblici e privati, ovvero da computeroni disposti in ogni parte del globo che rappresentano l’intelaiatura della rete stessa.

Per capirci qualcosa, il nostro pc deve condividere con tutti quei computeroni stesse logiche e stesse regole di connessione e di linguaggio, con chiavi di accesso e standard di contenuti decodificabili e utilizzabili da tutti. Non solo: è anche necessario che ci sia una regola generale che valga per tutti nella definizione degli indirizzi.

E qui entra la rivoluzione di queste settimane: perché ad avere l’ultima parola sulla scrittura, la definizione e la fruizione di queste regole non sarà più il governo degli Stati Uniti, così come è stato fino ad oggi. Cioè: il Governo USA non è più il vigile urbano di internet. Con effetti globali inimmaginabili.

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Non è una novità

In realtà, se ne parlava già da tempo. Il luogo del contendere – e del riformare – è l’ICANN, ovvero l’Internet Corporation for Assigned Names and Number, l’istituzione, con sede in California, che di fatto detiene da 16 anni il ruolo e il compito di fornire ad internet la propria intelaiatura condivisa. E che, fino all’inizio di ottobre 2016, era una dependance del Dipartimento del Commercio di Washington, pur avendo sin da subito, sin dalla sua fondazione, un carattere “no profit” e globale, avendo in organigramma rappresentanti da buona parte del mondo. Dicevamo: questa subalternità dal Governo USA era oggetto di critiche e di idee di riforma già da tempo. Se ne parla per lo meno dal summit ICANN di Tunisi del 2005.

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USA: ingombro o protezione?

Le posizioni su questa riforma sono riconducibili a due idee generali che si distinguono sin dalle prime battute sul ruolo del governo americano nella gestione di una cosa pubblica di interesse generale: da un lato, c’era e c’è chi vede questa presenza come una limitazione ingombrante alla reale portata libertaria, egalitaria e democratica della rete.

Dall’altro, c’era e c’è chi sotto l’ombrello solido e possente del controllo USA si sente più tranquillo e sicuro di poter essere più libero, più uguale, più democratico. Quindi: da un lato chi voleva e vuole liberalizzare internet. Dall’altro, chi ha paura che questa liberalizzazione diventi peggiore del controllo precedente, con nuovi attori globali pronti a distorcere la rete diminuendo la sicurezza di tutti.

Certo è che questa rivoluzione silenziosissima (nessun utente finale se ne è ovviamente accorto) ha da un punto di vista simbolico una portata epocale: internet è da sempre considerato una cosa “americana”, la punta di diamante del secolo americano, la vivida infrastruttura di matrice occidentale che racconta e modella il nostro presente ipertecnologico.

Pensare che a far da vigile urbano non sia più il “Governo più potente del Pianeta” ma un coacervo di interessi e rappresentanze, istanze e modelli, protagonisti vecchi e nuovi del panorama mondiale, fa tremare. Sia di commozione, che di paura.

La terza guerra mondiale?

Paura cristallizzata in chi, come la rivista americana tendenzialmente di sinistra Jacobin, rappresenta e immagina che proprio su questo internet privatizzato si combatterà una terza guerra mondiale di autarchie, nuove reti e vecchi attacchi cyberdirezionati. Tutto questo in un mondo sempre più impazzito, pensando proprio alla rete come al primo luogo nel quale si sgretolerà la pax americana mettendo in pericolo lo status quo di internet in favore di nuovi, potenti e pressanti interessi geopolitici e internazionali, a favore per capirsi di aggregatori di nuovi interessi quali Russia e Cina.

 

O la più grande rivoluzione di libertà?

icann-4Non tutti tremano di paura, lo dicevamo. Molti sono quelli, invece, che hanno cominciato con questa rivoluzione a sognare un mondo diverso, più libero e più equo. Il mensile tecnologico Wired ha titolato, ad esempio: “Ora internet appartiene davvero a tutti“. Ad applaudire e a spingere verso questa direzione, infatti, ci sono sin dai primi istanti in cui è stata pensata praticamente tutti i governi europei, e moltissime importantissime mayor come Disney, Google e molti altri. L’idea di fondo è che un internet non in mano ad un singolo governo possa essere il luogo dove avverranno più velocemente rivoluzioni economico-sociali portate in dote da una interconnessione meno strutturata e controllata. Non essendoci più un vigile urbano solitario, insomma, le regole da condividere potranno essere più ricche, più eque, più vere, più democratichegiuste.

E Trump?

Roba da far tremare i polsi, ovviamente, al prossimo inquilino della Casa Bianca. Trump ha usato questo passaggio di consegne, avvenuto a ottobre, come uno dei tanti argomenti attraverso i quali combattere e accusare l’amministrazione democratica di Obama e della sua competitor Hillary Clinton di annacquamento del potere americano, lassismo ed eccesso ingenuo di fiducia nel resto del Pianeta. “Così Obama – scrisse Trump il 21 settembre – non protegge gli americani” ed opera “una cessione del controllo” del Web “a potenze straniere come Cina e Russia, che hanno una lunga tradizione di tentativi di imporre censura online” e che ora potranno compromettere la “libertà di Internet” finora “difesa dagli Stati Uniti”. Per adesso, a queste parole difficilmente seguiranno i fatti: il processo di riforma dell’Icann appare come incontrovertibile.

Anche se quella che ci aspetta, chiudendo con le parole di Stefano Trumpy, rappresentante italiano nell’Icann fino al 2014, sarà con tutta probabilità una “fase di nebbia…“.

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Una risposta

  1. Paola ha detto:

    Indubbiamente la vittoria di Trump ci spaventa (e le sue prime scelte come collaboratori, quasi di più), ma forse è proprio in quest’ottica che si può gioire di questo cambiamento: un unico paese che controlla e fa il “vigile urbano” di INTERNET farebbe anche più paura !!! Coraggio il progresso ha sempre questo connotato di timore, ma è incontrovertibile che non si può fermare …

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