Genova-Buenos Aires andata e ritorno di memoria per il futuro

Genova Buenos Aires. Andata e ritornoEmigrare vuol dire abbandonare il proprio paese per andare a vivere in un altro. Immigrare vuol dire entrare in qualità di emigrante in un paese o continente in cerca di lavoro od accoglienza. La parola è in effetti  la stessa cosa perché si tratta sempre di un essere umano che parte e che arriva.  E questa parola ha accompagnato l’epopea dei migranti italiani fin dalla seconda metà dell’‘800.

Forse è il momento attuale che ci offre sempre più momenti di riflessione, e riapre le pagine di un nostro passato che pensavamo irripetibile e che invece ci aiuta a ricordare.  Va da sé pertanto che molti trovano in vecchi album di fotografie raffigurati parenti che partiti dall’Italia non vi hanno fatto più ritorno.

Un viaggio fisico e simbolico che ci ha regalato la mostra Genova-Buenos Aires solo andata di cui è curatore e autore di un volume con lo stesso titolo Massimo Minella, giornalista e scrittore,  che racchiude la storia di tante partenze, tra cui anche il viaggio della famiglia Bergoglio in Argentina.

Siamo in vacanza ed in molte cittadine liguri l’estate ha portato, grazie al libro di Minella, narrazione scritta dell’esposizione suddetta, e le sue splendide foto, un resoconto dettagliato e facile da interpretare proprio sull’emigrazione di milioni di italiani.

Così veniamo a sapere che la partenza dei genitori di Papa Francesco è stata favorita dal caso, dato che avrebbero dovuto imbarcarsi sul piroscafo Principessa Mafalda, nell’ottobre del 1927, miseramente poi affondato con 324 persone, e rimandata al 1 febbraio del 1929 sulla nave Giulio Cesare.   I disegni di nostro Signore sono infiniti e lo stesso Papa lo ha confermato nella sua ultima visita a Genova quando ha visitato e commentato questa mostra.

Il libro e la mostra, raccontata dallo stesso autore, è ricco di passaggi interessanti come il volumetto che veniva consegnato all’emigrante italiano su come dove comportarsi e di tutto quanto a lui veniva vietato.  Anche un commento di Pierangelo Campodonico direttore del Museo del Mare riesce a fare raffronti con quella che è diventata l’emergenza degli sbarchi.

L’essere giudicato un paese ricco, invoglia a lasciare terre povere e martoriate da guerre civili, centinaia di migliaia profughi verso di noi, ma la differenza tra il prima e l’oggi è che non si riesce a dare loro l’opportunità di un  lavoro che invece veniva  concessa ai nostri emigranti. Pensate che giunti alla “fine del Mondo” il governo argentino o uruguagio concedeva loro  gratuitamente centinaia di ettari di terreno o qualche volta chiedeva loro il corrispettivo di metà del raccolto in pagamento, come locazione.

Le braccia erano buone e forti, la volontà tanta e lo spirito di sacrificio incalcolabile, così gli italiani ben presto furono accettati e benvoluti. Anche se al termine della prefazione del libro fatta da Massimo Giletti è riportato in sintesi questo giudizio:

… “Sono piccoli di statura, molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Parlano lingue incomprensibili. Molti bambini vengono usati per chiedere l’elemosina, le donne vestite di nero e uomini anziani davanti alle chiese chiedono pietà. Fanno molti figli. Dicono siano dediti ai furti. I nostri governi hanno aperto le frontiere ma non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o di attività criminali. Proponiamo di previlegiare i veneti ed i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più degli altri a lavorare. Invitiamo a controllare i documenti e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Questo discorso fu pronunciato da un politico americano nel 1912 durante il congresso sugli immigrati italiani.

Tutto ciò non vi dice niente? E’ come un’eco che ritorna.  Il filosofo Zygmunt Bauman nella sua Citta sotto assedio …”Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire“.

Saremo capaci di gestire il presente per rendere un futuro sostenibile, avvalendoci dell’insegnamento del passato? Il difficile è appena cominciato, perché i problemi connessi a questi impegni devono essere programmati ed è assolutamente necessario trovare una forza comune tra tutti i governanti europei.  Europa, se ci sei batti un colpo!

 

 

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