Uomini che amano le donne

I sostenitori dell’uomo duro o dell’uomo molle commettono l’errore di pensare che esistano caratteristiche proprie di un sesso e ignorate dall’altro (Elisabeth Badinter)

Diamo spazio alla voce agli uomini “che amano le donne” e li interroghiamo su uno dei crimini contro l’umanità: la violenza contro le donne. Assenza di reciprocità, alterazione della persona, condizionamento psico-culturale? La domanda corretta che si può porre l’uomo, in quanto rappresentante del genere maschile è: “Come possiamo contribuire a contrastare questo delirante fenomeno?”

Nella giornata dell’8 marzo, diamo spazio alla voce degli uomini “che amano le donne” e li interroghiamo sulla violenza di genere.

45 anni, insegnante scuola secondaria di II grado di informatica, musicista e insegnate di musica

Che cosa prova quando ascolta una notizia di femminicidio?

Ad ogni nuova violenza non può che esserci riluttanza.

Rifiuto di comprendere l’incapacità dell’essere umano a contenere i suoi limiti nella comunicazione che, quando purtroppo viene meno, sfocia nella violenza.

Avverto un forte disagio per il modo in cui i media ne strumentalizzano la visione. Ad ogni violenza sulla donna segue una campagna mediatica contro l’anaffettività dell’uomo, alla sua incapacità a gestire i suoi impulsi o semplicemente alla sua immaturità che sfocia in una aggressiva violenza.

Avverto un disagio perché è una semplificazione che non rende merito a quanti quella violenza la disconoscono e la combattono, con le loro parole e il loro esempio in primis.

Avverto un disagio perché si fa leva su una sola parte del problema, come se gli uomini non subiscano mai violenze dalle donne o ancora peggio come se la violenza sui bambini fosse un’altra cosa.

Dividere i problemi significa crearne di nuovi, producendo una spaccatura che pone gli uni contro gli altri. A tanta efferata violenza narrata dalla cronaca, quindi, si affianca sempre altrettanta violenza mediatica della cronaca che inizia processi inquisitori sugli uomini.

In che modo gli uomini (intesi come maschi) possono contribuire alla prevenzione del fenomeno?

Vede, la domanda è già un esempio di quanto citato prima, ovvero porre sotto esame il genere maschile. Una buona società deve saper considerare ognuno di noi utile, indistintamente dalla razza, appartenenza religiosa o politica e dal suo genere. Creare distinzioni provoca da subito una disparità di trattamento che cozza con quelle che sono state per anni rivendicate e riconosciute come pari opportunità.

La domanda corretta dovrebbe essere: “come possiamo contribuire alla prevenzione del fenomeno?”

Allora potrei risponderle che agirei in diverse direzioni distinguendo i diversi percorsi da seguire per risultati a breve e a lungo termine.

Il mio primo pensiero andrebbe all’analisi del fenomeno e alle sue cause riscontrate fino ad oggi per costruire un percorso di educazione al rispetto della coppia da entrambe le parti, perché se da un lato abbiamo stupri e omicidi di donne, dall’altra abbiamo l’obbligo di capire cosa li scatena analizzando semplicemente le statistiche delle false denunce.

Sarò diretto affinché possa essere chiaro il mio pensiero. Non esiste carnefice se la vittima è in grado di sottrarvisi. Questo non giustifica mai il carnefice ma pone solide basi sulla riflessione di quanto una persona sia in grado di comprendere quanto sia compartecipe alla pazzia e alla perdita di controllo di chi ha di fronte.

Partire da questa analisi per la quale ognuno avrebbe la sua sacrosanta opinione, porrebbe le basi su un’analisi approfondita degli individui in una coppia, che dovrebbero godere sempre degli stessi diritti e gli stessi doveri.

Sento spesso parlare di “rieducare” gli uomini al rispetto alle donne e mi domando: “possibile che non siamo in grado di capire che è necessaria una rieducazione all’altro?”. Vorremmo giustificare gli omicidi di ragazzi all’uscita da una discoteca? Vorremmo giustificare gli innumerevoli infanticidi ad opera di persone malate? Vorremmo giustificare le innumerevoli condotte che portano l’altro al suicidio?

Se vogliamo risolvere il problema non dobbiamo emarginare puntando il dito sull’uomo. Se questo è debole come si vuole credere, si commette l’errore di farlo cadere nel baratro di una via senza uscita per lui e per la quale, nei casi veramente di debole personalità, la sua reazione sfocia in una incontrollabile violenza che può trasformarsi in tragedia.

Gli interventi a lungo termine, già dalle scuole, dovrebbero essere mirati al rispetto reciproco con percorsi pluriennali seguiti da psicologi di base (come il medico di base) per un corretto sviluppo dell’autostima e della propria personalità di gruppo.

Nell’immediato agirei sui centri antiviolenza dove oggi solo una donna trova aiuto e protezione mentre un uomo verrebbe purtroppo ignorato e in alcuni casi anche deriso.

Lavorerei sullo smussamento delle frustrazioni prima che, rimuginate in solitudine, sfocino in reazioni violente.

Obbligherei un percorso di coppia a tutte le coppie (una sorta di tagliando) al fine di monitorare la salute del nucleo familiare e poter intervenire per tempo non per punire (sperando non ce ne sia mai bisogno) ma per curare ed aiutare.

Insomma un unico imperativo… cresciamo insieme e facciamolo alla svelta, ma con coscienza.

Si sente in qualche modo chiamato in causa, come appartenente al genere maschile?

Ahimè mi sento fortemente chiamato in causa perché, da uomo, sono uno dei malcapitati vessati da una donna che gli ha riversato contro undici denunce penali false. Fortunatamente il mio iter giudiziario è terminato con l’assoluzione piena in tutte le cause anche impugnate in appello.

La controparte ha avuto quattro condanne ma in questo lunghissimo tempo che è passato (circa dieci anni) ho spesso ripetuto a me stesso: “ma se avesse avuto un altro uomo di fronte, che non si fermava a difendersi in tribunale penando non poco e avesse perso la pazienza, che fine avrebbe fatto lei?”.

Ecco, la mia storia è una delle tantissime, purtroppo, perché l’80% delle denunce tra coniugi è dichiarata falsa dai tribunali, che può far comprendere come tanti uomini non hanno reazioni violente nonostante siano infamati brutalmente e pesantemente. Eppure nessun giornalista ha mai posto l’accento su questo fenomeno molto grave che, a mio avviso, potrebbe essere una (e ripeto una) delle cause scatenanti le reazioni insensate di alcuni violenti.

Pensa che l’istituzione di pene più severe per i colpevoli potrebbero essere un deterrente?

Penso che davanti alla disperazione la mente non ragiona quindi l’innalzamento delle pene mi trova d’accordo, ma non è certamente un deterrente alla causa. I dati tristemente ce lo confermano.

Combattere la reazione senza curarsi di capire la causa scatenante del fenomeno è la condanna dichiarata per altre vittime inconsapevoli.

Prendere una tachipirina per la febbre non mi cura il male ma solo il sintomo più evidente… ciò nonostante potrei morire per un’infezione non curata.

54 anni, docente universitario (disciplina: ingegneria)

Che cosa prova quando ascolta una notizia di femminicidio?

Profonda vergogna. Anche se lo star male dentro mi colpisce sempre quando un omicidio, o anche un atto di violenza avviene verso qualcuno anche se solo marginalmente perché appartenente all’altro genere, o religione, o razza, o condizione sociale, o altro.

In che modo gli uomini (intesi come maschi) possono contribuire alla prevenzione del fenomeno?

Il discorso si potrebbe estendere perché si maturi una cultura non (solo) di tolleranza verso gli altri, non (solo) di accettazione degli altri, ma di possibilità di arricchimento. Ed è qui che tutti possono e devono contribuire. Non amo molto vedere le cose in un solo verso. Così come non amo le “liste rosa” che ritengo più una umiliazione che una opportunità. Ma questo si ottiene con la cultura, non con le leggi.

Si sente in qualche modo chiamato in causa, come appartenente al genere maschile?

Ovviamente sì. Ma più (per quanto detto prima) come appartenente al genere umano.

Pensa che l’istituzione di pene più severe per i colpevoli potrebbero essere un deterrente?

Non penso. Chi commette una violenza del genere non penso dia peso a quale potrebbe essere la conseguenza penale. Così come nei paesi dove esiste la pensa di morte, questa non è servita statisticamente a migliorare le cose. Se non “soddisfare” l’opinione pubblica.

34 anni, designer

Che cosa prova quando ascolta una notizia di femminicidio?

Ogni volta che la cronaca annuncia una notizia di femminicido provo un sedimento di vergogna per il mio genere e la rabbia per chi usa la violenza verso le donne.

In che modo gli uomini (intesi come maschi) possono contribuire alla prevenzione del fenomeno?

In Italia occorre un grande cambiamento culturale, educando sia dall’infanzia che uomini e donne hanno pari diritti fortunatamente questo percorso è già cominciato ma c’è ancora molto da fare, il nostro paese fatica a liberarsi da stereotipi troppo radicati.

Si sente in qualche modo chiamato in causa, come appartenente al genere maschile?

Sì e gli uomini se tali dovrebbero riconoscere l’importantissimo ruolo della donna nella nostra società

Pensa che l’istituzione di pene più severe per i colpevoli potrebbero essere un deterrente?

Per reati di questo tipo penso che la giustizia debba garantire la certezza della pena ed escludere a priori la riduzione di tale pensa in caso di buona condotta. In caso di reati di femminnicido dovuti anche a problemi di natura mentale (non solo culturale) secondo me è necessaria l’istituzione di reparti speciali di detenzione perché un reato simile deve essere trattato co attenzione particolare.

Foto in copertina: Edward Hopper

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.