Bon’t worry. Per non avere più paura

Bo Guerreschi e giornalista135 denunce archiviate, fascicoli spariti, un calvario che durato 10 anni prima di essere veramente ascoltata. Questa è la storia di una donna, che rientra tra le 7 milioni le donne che, nel corso della loro vita, hanno subito violenza fisica (20%) o sessuale (21%) o forme più gravi di abusi come stupri e tentativi di stupro (5,4%).

Stiamo parlando di Bo Guerreschi, un’economista di successo internazionale che non si è arresa e insieme a un gruppo multidisciplinare formato da avvocati, psicologi e con il supporto della polizia di Stato, ha dato vita all’associazione Bon’t worry, un’autentica rete che accoglie, protegge e difende le donne vittime di maltrattamenti e abusi sia fisici che psicologici.

L’associazione che dalla sua nascita (un anno e mezzo fa) ha già seguito 30 casi è stata presentata ufficialmente mercoledì 18 maggio 2016 presso il Grand Hotel Palace-Millenium Hotel di Roma. Hanno presenziato il toccante evento, la fondatrice Bo Guerreschi e i professionisti che hanno accolto l’iniziativa e ne sono diventati parte integrante (polizia, avvocati, psicoterapeuti) per assistere la donna da ogni punto di vista.

Perché l’ennesima costituzione di un’associazione per le donne vittime di violenza? È una domanda che Bo si sente spesso rivolgere. Ci permettiamo di chiamarla per nome, questa donna minuta, con un volto bello e profondo che comunica tutta la sua determinazione e vigore. “Perché spesso le associazioni intervengono dopo che si è consumato il dramma. Il nostro intento è quello di creare una rete di collaborazione e partecipazione tra associazioni e professionisti a cui la donna può rivolgersi prima della tragedia. Una équipe interdisciplinare a titolo gratuito che sorregge le donne nel penoso percorso verso la liberazione: dalla denuncia, all’alloggio e al processo. Dare una voce alle vittime nella società civile, nei processi.

Per offrire aiuto alle donne che si sentono minacciate da una qualsiasi forma di violenza, è attivo il numero verde 800 10 141

Spesso le donne sono legate al proprio aguzzino, dichiara Bo e vivono la loro sofferenza nella più devastante solitudine. Ho voluto creare una struttura che non le prendesse in giro, che le offrisse una reale opportunità di salvezza. Purtroppo, spesso le denunce non vengono prese sul serio. Noi chiediamo che la magistratura si impegni a portare avanti l’azione penale. Abbiamo bisogno che qualcuno ci ascolti. Personalmente, prima di morire, vorrei una difesa, così come la stiamo avviando per tutte le donne che accogliamo”.

E così è. A poco più di un anno e mezzo da quando è stata costituita, l’associazione ha offerto il suo supporto a vittime di stupro, costituendosi come parte civile. “Ho conosciuto l’associazione durante il processo contro la tassista violentata da un cliente a Roma, racconta l’avv. Cristian Malaguti, che si era presentata come parte civile del processo. Spesso la persona, vittima di abuso, si sente sola e l’assistenza come parte civile, costituisce un sostegno “psico-legale” di inestimabile lavoro.

Non si tratta solo di battaglia di strada, ma di battaglia di palazzo, di sensibilizzazione degli organi istituzionali, della necessità di creare una formazione adeguata per gli stessi operatori di giustizia. Non diamo per scontato che tutti gli operatori di giustizia siano in grado di accogliere una denuncia. Nel caso del processo della tassista abbiamo trovato persone molto preparate. Durante il processo ho capito che la “battaglia” fosse estesa a livello nazionale.

È necessario inoltre che lo Stato predisponga dei fondi se il violentatore/persecutore non ha soldi, altrimenti il risarcimento rimane sulla carta, come è accaduto per i 100.00,00 euro che dovrebbe ricevere la tassista di Roma. Le leggi vanno ri-viste o ridisegnate, così come è accaduto in questi giorni con la proposta di legge sull’indennità a succedere. Attualmente il marito della donna che ha ucciso ha diritto all’eredità. Soltanto un giudice civile può dichiarare l’indennità dopo un processo con costi (da ogni punto di vista) dei familiari.

È fondamentale che la donna non sia sola. Nel momento in cui la donna avvia una denuncia deve avere intorno a sé una rete di appoggio e di sostegno sia psicologica che materiale. “Senza la denuncia, non ci può essere l’intervento dello stato, dichiara Flavio Tuzi, Presidente nazionale ANIP- Italia Sicura, Polizia di Stato, ma al tempo stesso strutture di accoglienza a carico dello Stato non esistono”. Un circolo vizioso che respinge anziché ospitare. La maggior parte degli abusi avviene in ambito familiare. Lo stesso impegno che mettiamo quotidianamente per combattere la violenza contro le donne deve essere profuso per difendere i bambini che assistono alla violenza sulle loro mamme o che la subiscono nello stesso contesto familiare, non dimenticando mai l’altro aspetto che li riguarda, la pedofilia, che va combattuta senza tregua”.

Spesso si scontrano la parola della vittima contro quella dell’accusato. Data la lunghezza dei processi, fino a quando la sentenza non è definitiva, l’imputato rimane in libertà, anche se negli ultimi mesi la magistratura ha messo in atto misure restrittive di vario tipo. In Italia, infatti, non esiste una legge organica di protezione delle vittime di reato. Sebbene esista la Convenzione di Istanbul sulla violenza alle donne del 2014, ratificata da ben 13 Nazioni dell’Unione Europea, tra cui anche l’Italia, nel nostro Paese non viene applicata.

La Convenzione tra i suoi punti fondamentali evidenzia come sia dovere di ogni cittadino di denunciare situazioni a rischio anche se si tratta solo di sospetti. Emblematica, al riguardo, la testimonianza in salda di un uomo siciliano che insieme a sua madre da 11 anni si rivolge alle Forze dell’ordine per gli episodi di violenza che una loro vicina subisce, ma che nega ogni volta che si trova di fronte ai poliziotti e al condominio che non approva il loro comportamento. Un altro punto supportato dalla convenzione è l’istituzione di un fondo statale per le vittime, i carnefici sono privi di risorse economiche.

L’aspetto psicologico inoltre è estremamente delicato. “ Molte donne non riescono a portare a compimento la denuncia perché dilaniate dal senso di colpa, afferma Gaetano Giordano, psicoterapeuta e medico legale. Da oltre 30 anni mi occupo di donne vittime di abuso e la maggior parte delle donne è a sua volta, vittima del senso di colpa che le porta al costante timore di fare qualcosa di sbagliato. Nel momento della decisione sulla denuncia affiora sempre il sentimento della colpa. Sentono la necessità di convincere il loro persecutore che è un persecutore e allo stesso tempo ripensano a ciò che quest’uomo gli ha dato. Si genera così il fenomeno del “pendolarismo”, uno stallo continuo; la donna ritorna su sui passi e la violenza domestica si rigenera.

Il senso di vergogna e di colpa abbraccia queste donne in modo pervasivo e rompere uno stato psicologico ormai cristallizzato nel tempo è un lavoro costante: “Stiamo seguendo un caso terribile di incesto, narra Licia D’Amico, avvocato Difensore Onlus nelle costituzioni di parte di parte civile (Studio Galasso), legale di Bo Guerreschi e autrice dello statuto dell’associazione, sono 20 anni che il padre stupra la figlia e ora sono andati a vivere insieme. La madre è viva e presente in questa aberrazione.

Denuncia, querela e ogni altra forma pubblica di reazione alla violenza sono strumenti preziosi e fondamentali, ma è importante anche il ruolo delle Istituzioni che devono aiutare e intervenire, rispettando sempre la situazione reale delle vittime. Il rapporto Istat sulle violenze di genere indica che solo il 2% delle vittime sa di potersi rivolgere ad Associazioni.

Denunciare sì, ma sempre con una rete di professionisti e una struttura di riferimento. Bo Guerreschi, insieme agli altri relatori, tiene a precisare questo punto estremamente delicato, sostanziale e fondamentale. Così come essenziale l’ascolto e l’impegno della polizia. Durante l’intero intervento, Bo menziona la preziosa collaborazione e punto di riferimento, il  Commissario Bruno Pierleoni, il primo ad averla ascoltata.

salaIn sala, psicologi, formatori, giornalisti che si impegnano a dare il loro supporto all’associazione così da rafforzare la rete e amplificare la voce che arrivi forte e chiara alla cittadinanza, agli operatori di giustizia e alle istituzioni.

Per ogni caso di femminicidio a cui assistiamo inermi, succedono centinaia di storie di abusi e stupri, come ci testimonia l’intervento di un’assistente sociale del Municipio XIV di Roma che da anni segue situazioni di bambine violentate, in un quartiere specifico “Il Quartaccio”, ahimè sconosciuto alla maggioranza dei presenti in sala.  L’immediatezza e l’operatività di “Bon’t worry”  le permette di sperare in un’assistenza diversa, in un domani diverso.

Preparazione, cultura e prevenzione sono alla base della protezione e della costituzione di una società equa e solidale. Durante l’incontro è emerso con forza il concetto di formazione. La cultura della donna che non va toccata neanche con un fiore dovrebbe essere diffusa dalla scuola primaria. Il dominio o predominio è sintomo di una società primitiva ed aggressiva, priva di valori ed elaborazioni cognitive ed emozionali.

Ma le parole non sono sufficiente, devono trasformarsi in azione.

Per maggiori informazioni

Bon’t worry- Noi possiamo

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.